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Arte, anagrammi e giochi dietro la Gioconda, la studiosa Glori: «Così ho scoperto il racconto di Leonardo»

Arte, anagrammi e giochi dietro la Gioconda, la studiosa Glori: «così ho scoperto il racconto di Leonardo»

IL FASCINO DELL'ANAGRAMMA Dieci anni di ricerche, prove e controprove e alla fine la scoperta di una storia che sa di romanzo scritta da Leonardo cinquecento anni prima, giocando con parole e figure. Carla Glori, la ricercatrice che ha scoperto il segreto del ritratto di Ginevra Benci (la Gioconda americana) spiega come ha fatto. «Quello che potrebbe sembrare solo un gioco "strizzacervelli" - dice all'Adnkronos - in realtà è molto più che un gioco, perché comporta impegno di ricerca e gusto dell'avventura intellettuale. Nel Rinascimento si intrecciano le due vie: la mistica e quella del gioco. In particolare, nel Cinquecento, l'arte anagrammatica, a cui si attribuivano ancora connotazioni mistiche o misteriche, veniva praticata nelle accademie e nelle corti. Oltre che su molti scrittori e poeti, l'anagramma ha esercitato la sua fascinazione su uomini di scienza come Pico della Mirandola, Luca Pacioli, Galileo Galilei, Alessandro Volta».

LE 50 FRASI Puntare su questa strada insomma è stato quasi naturale: «Leonardo -spiega Glori - è stato prolifico di rebus e nel Codice Atlantico compaiono vari anagrammi usati per celare i suoi messaggi, una moda molto diffusa all'epoca». Insomma questa scoperta non potrebbe imputarsi solamente alla casualità. «Alcuni, potrebbero liquidare la questione con argomenti statistici. Ma qui ci troviamo davanti a una scoperta, oltre che statisticamente rilevante perché 50 frasi come quelle, per giunta tutte contrassegnate Vinci, non sono poche, pure qualitativamente
eccezionale, dato che tutte quelle 50 frasi si strutturano quasi automaticamente per mero accostamento in una storia coerente, logica e oltretutto congruente con elementi storico biografici in nostro possesso». 

LA CRITTOGRAFIA E I FATTI STORICI Quindi questi anagrammi «generano informazioni storicamente documentate e sono in grado di formare insiemi omogenei e coerenti di storie che coincidono con quanto testimoniato da storici illustri e da atti d'archivio. Mi riesce difficile spiegare il fenomeno, ma credo che qui la casualità sia del tutto improbabile, mentre più sostenibile scientificamente è l'ipotesi che si tratti di una sorta di "macchina alfabetica" programmata da chi ha concepito la frase, ovvero Leonardo, operando calcoli previsionali probabilistici». Glori ricorda che «nel Rinascimento la crittografia era di moda anche nelle scritture private delle corti e nell' arte figurativa e letteraria. La ricchezza di informazioni significative che questa macchina alfabetica è in grado di generare, il suo potenziale trasformazionale e di generazione testuale supera la dimensione classica, pur complessa e profonda, dell'anagramma».

IL LATINO Tuttavia in questo caso «ci troviamo di fronte a qualcosa che trascende le macchine cifranti dell'epoca, alquanto rigide e fortemente limitative». Una "macchina alfabetica" insomma «programmata per generare informazioni corrispondenti a fatti reali ovvero alla realtà storico/biografica documentata, e in stretta connessione con l'opera d'arte: infatti il motto, portatore del repertorio alfabetico, è posto sul verso del ritratto a cui è riferito e la ricchezza di informazioni significative che questa "macchina alfabetica" è in grado di generare, il suo potenziale trasformazionale e di generazione testuale supera la dimensione classica, pur complessa e profonda, dell'anagramma». E la ricercatrice è partita da qui. «La frase originaria "virtutem forma decorat" è in latino: da qui ne ho tratto le conseguenze, aggiungendo pure la parola-chiave "iuniperus" in latino. Il ginepro è l'elemento simbolico del ritratto e della ghirlanda, e risulta decisivo per la formazione degli anagrammi. La formula alfabetica che ne deriva genera l'insieme di frasi tutte firmate Vinci che, prese singolarmente, hanno un senso (sebbene telegrafiche e contratte): molte hanno il fascino degli epigrammi». 

BERNARDO BEMBO A Carla Glori piace definirle «telegrammi poetici, tutti contrassegnati con la firma Vinci del mittente. I latini definivano gli epigrammi come poemi dell'attimo, che hanno un fulmine alla fine». Conformemente all'antico spirito greco, spiega, questi epigrammi decifrati «concorrono a fissare il ricordo di una vita, ma in questo caso direi qualcosa di più: infatti, i 50 anagrammi, uniti gli uni agli altri, non solo descrivono momenti della vita del
personaggio Ginevra, ma pure i fatti che trovano corrispondenze e conferme puntuali con vicende e personaggi storicamente documentati a partire dal 1494, datazione del ritratto nuziale». L'arco temporale si colloca tra il 1474-76 «perché il committente del verso del quadro, dove compare il motto, è Bernardo Bembo, la cui presenza in Firenze è attestata tra il 1475-76. Soprattutto, quanto emerge dal racconto anagrammato, è corrispondente a ricostruzioni biografiche su Ginevra e riflette i suoi moti mentali. Gli anagrammi e il racconto che formano hanno un che di straordinariamente vitale, da far ricredere chi consideri il latino solo come una lingua morta». 

LEONARDO LATINISTA? Quanto alla modesta conoscenza del latino generalmente imputata a Leonardo, «rinvio all'apposita Appendice del libretto con i cinquanta anagrammi che sarà pubblicata su Academia edu. Vorrei ricordare che lui leggeva i classici: era un raffinato intellettuale e amava creare testi, pur non potendo dedicare il suo tempo a questa. E i dati parlano chiaro: la sua biblioteca personale (che comprendeva oltre 150 libri, annotati di sua mano nei Codici Atlantico e di Madrid) era ricchissima anche di classici latini. Insomma, d'accordo che non era un latinista, ma non era certo digiuno di quella lingua che ambiva perfezionare». 

GINEVRA BENCI Insomma nel complesso si può affermare che questa è proprio la storia di Ginevra Benci? «Innanzitutto -sottolinea- si può constatare che la storia portata alla luce è stata conseguita con una metodologia rigorosa e che ci troviamo di fronte a costanti e regolarità 'tangibilì. La storia di Ginevra fa capo a una teoria falsificabile, confutabile e controllabile in ogni suo aspetto, che ha il requisito scientifico della ripetibilità e che è supportata da elementi storico/biografici/artistici di riferimento documentati e verificabili. La novità sta nel fatto di aver perseguito una ipotesi »impensabile« , ma anche questo è ortodossamente popperiano, dal momento che fa capo a una teoria a bassa probabilità. In ogni caso occorre prendere atto che ci troviamo davanti a qualcosa di assolutamente nuovo, che attende di essere compreso e spiegato».


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Sabato 16 Settembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 16:36

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