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Addio a Derek Walcott, il poeta dei Caraibi: all'Aquila nel suo ultimo viaggio in Italia

Addio a Derek Walcott, il poeta dei Caraibi: all'Aquila nel suo ultimo viaggio in Italia

La sua poesia - soprattutto il poema “Omeros”, raro esempio di epos contemporaneo - ha fatto della condizione coloniale, in un grande arcipelago senza centro, la metafora della condizione umana mescolando le voci del Nord e del Sud in un canto di straordinaria potenza che amalgama la storia antica e il colonialismo, l’iguana e la rondine di mare, gli schiavi e i pellirosse, Melville e Joyce, la Troia antica e la Londra di oggi. Derek Walcott era nato a Sant Lucia, un’isola dei Carabi, nel 1930. Nel 1948 aveva pubblicato il suo primo libro di poesie, dieci anni più tardi aveva ottenuto una borsa di studi della Fondazione Rockefeller e aveva insegnato alla Columbia University. Aveva vinto il premio Nobel per la Letteratura nel 1992. Due anni prima aveva pubblicato “Omeros”, epica in terza rima che lo aveva consacrato come uno dei maggiori poeti viventi.

Diceva Derek Walcott: «Se una cultura muore, muore comunque sempre ricca. Lascia dietro di sé frammenti che cominciano a fondersi, ad impastarsi con quelli di nuove culture; e lo scrittore sarà a sua volta più ricco, avendo a disposizione nuove lingue. Lo scrittore è come il musicista, non abituato a usare solo un timbro e uno strumento». Diceva ancora che «la vera poesia è sempre contemporanea. La globalizzazione è un rischio, può rappresentare un rischio per la poesia». E precisava:«Tutta la tecnologia è un grande giocattolo. E’ importante che da qualche parte, ci sia un contadino che reciti Dante. Questa è la salvezza». Perché la freschezza, la chiarezza di Dante richiamano il migliore Hemingway. «Il punto di forza maggiore di Dante è la sua immediatezza, per questa ragione può essere considerato un poeta del Duemila. Dante è un modello per Hemingway ma vale il contrario: che Hemingway sia un modello per Dante».

Mi capitò di conversare con Walkott qualche anno fa, in occasione del “Premio Laudomia Bonanni” a lui assegnato, l’ultima volta che il poeta caraibico è venuto nel nostro Paese. Aveva appena letto i suoi versi in un carcere di massimo sicurezza: «Non è la prima volta che micapita, non sarà l'ultima. Il poeta e il detenuto sono la stessa cosa. Anche il poeta la sera, quando è solo, fa i conti con se stesso e con i delitti che ha commesso».

Gli chiesi quanto la natura caraibica fosse stata un elemento assai forte di identità e di ispirazione? Mi tispose:«Il dovere di ogni scrittore è di preservare ciò che c’è di buono, di vero nel paese dove vive. Noi scrittori dei Caraibi lo sentiamo in modo particolare. A Trinidad ci si rende conto dell’intreccio delle lingue: l’arabo, l’indi, il creolo francese. Il confronto con questa realtà meticcia è molto più eccitante rispetto all’esperienza di cultura monolinguica. Siamo fortunati: abbiamo a disposizione quattro melodie. Non posso separare l’idea della terra da cui provengo da un sentimento di amore, di rispetto pieno e totale».

Nei versi c’è il senso di un racconto poematico che attraversa i tempi e le culture. Ma la forma epica non è un modello che i nostri poeti usano ancora. Qeulla di Walkott è un’eccezione

«Se qualcosa non è di moda in Europa o negli Stati Uniti non significa che non lo sia

altrove. Nei Caraibi il romanzo è un’esperienza nuova, si assiste a un’opera molto sperimentale che altrove sembra fuori moda. L’errore è pensare che, se qualcosa è fuori moda a Londra, lo stesso vale in altre parti del mondo. Nelle isole Figi il poema lungo non è fuori moda e non si può pensare che lo sia solo perché lo è a Parigi».

C'è ancora la possibilità di viaggiare, di scoprire qualcosa nel mondo della globalizzazione turistica?

«Molte poesie le ho scritte mentre alloggiavo in hotel di lusso e parlavo della povertà della gente. E’ un controsenso? Il turismo dipende dalla scala del turismo stesso. In molti paesi si trasformano le proprie risorse in una risorsa turistica. Così l’Inghilterra fa con Shakespeare o la Grecia con le sue bellezze classiche. Questo va bene finché la persona non diventa un oggetto in vendita per turisti...»

Sta pensando alla sua isola natia, a Santa Lucia?

«Qui la situazione è peggiore: ci sono intere spiaggie il cui suolo è stato venduto . Il futuro dei Caraibi sarà terrificante: tutte le spiagge stanno diventando sedi di grandi hotel. Ci sarà integralmente una cultura degli hotel e all’interno sarà nascosta una diversa cultura con una sua identità. La cultura dell’ospitalità implica una schiavitù non confessata. Tutti danno l’impressione al turista di essere felici:l’ospitalità implica una felicità compulsiva, l’obbligo a essere felici. La cultura degli hotel è simile a quella delle piantagioni, i profitti vanno fuori, poco rimane alla popolazione locale in termini di risorse e denaro contante. Abbiamo hotel di lusso a Santa Lucia, ma non abbiamo un museo, un teatro. Perché il governo non inserisce nei contratti una clausola che obblighi le multinazionali a costruire un museo o un teatro? Altrimenti il turismo è una trappola».

Ha scritto in una poesia, “Concludendo”: non chiedo nulla alla poesia se non un “vero sentire”, Non pietà, non sollievo. Cosa le ha dato la poesia: pietà, fama, sollievo?

«Non sono molto diverso dal ragazzo che a diciotto anni aveva iniziato a scrivere poesia. Quel vecchio ragazzo è orgoglioso della propria vocazione. Alla poesia non chiedo di darmi nulla, spero di dare qualcosa a qualcuno con i miei versi, in particolare pace al lettore».

Per lei la poesia è come una preghiera. Quale è la preghiera più importante esaudita nella sua vita?

« Si pensa che la preghiera sia una richiesta, un desiderio, qualcosa per cui essere ricompensati. La preghiera non è un richiesta a Dio. E’ una questione di gratitudine. La poesia non chiede nulla a nessuno, non implica una ricompensa. La migliore poesia è sempre stata una poesia di lode e di accettazione».

Lei è anche pittore. In cosa l’occhio del pittore serve al poeta?

«La poesia non può fare molto per la pittura, ma la pittura può fare molto per la poesia. Io dipingo sempre ciò che mi sta di fronte, una pittura realistica, non astratta. La pittura astratta è quanto di più letterario ci sia, va spiegata. Quella realistica non ha bisogno di parole. La posizione di un’immagine in pittura e l’acquisizione di una metafora in poesia sono la stessa cosa...».

Se si pensa da pittori quando si scrive una poesia, si otterrà un grande effetto, un effetto maggiore…

«L’occhio del pittore serve al poeta perché il pittore cerca di catturare la luce, cosa che fa anche il poeta, ma non penso che l’occhio di questo serva al primo. Il pittore ha un suo schema che è molto più preciso, ha un suo modo di vedere le cose che centra maggiormente l’obiettivo. La pittura porta con sé, quando hai terminato l’opera, una sorta di eccitazione fisica, un’euforia che forse deriva dall’uso dei colori. Non accade così per la poesia: quando hai finito un verso, non è più tuo, vive di una sua vita autonoma».


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Venerdì 17 Marzo 2017 - Ultimo aggiornamento: 18-03-2017 15:57

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