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Morto Jonathan Demme, regista de Il silenzio degli innocenti

Jonathan Demme

Figlio di un terremoto e di uno sbadiglio e padre di una poetica unica e diseguale, Jonathan Demme, scomparso ieri a 73 anni, non lascia eredi cinematografici, ma stanchi imitatori. Aveva da tempo un cancro nel cappello, Johnny, ma non aveva lasciato che la passione di una vita stingesse dietro alla chemio e alla cartelle cliniche. E così, con la magrezza ascetica di un condannato, così simile al Tom Hanks del suo Philadelphia, aveva deciso di ingannare la sentenza procrastinandola, ovviando a un destino certo con l'unica ruota che conoscesse e di cui si fidasse, quella del luna park di un mestiere a cui si era avvicinato ancora adolescente, a 15 anni, grazie a un genio abituato a fare di necessità virtù, il re dei b-movies Roger Corman. Da quel circo povero e colmo di idee a basso costo (arriveranno poi Lucas e Spielberg a saccheggiare con altri mezzi e sullo stesso terreno gli spunti di Corman) Demme si era fatto ammaliare per giungere poi all'esordio- non proprio un trionfo- datato 1974. Il film si intitolava Femmine in gabbia e al suo interno- con tutte le concessioni anche compiaciute alla violenza portata in primo piano di un carcere femminile quanto mai simile all'inferno-c'era già uno dei nuclei della sua narrazione. Il limite di una barriera da superare, la linea d'ombra da attraversare, le costrizioni, anche e soprattutto psicologiche di una donna al centro di un universo dominato dai maschi, il coraggio necessario a cancellare il pregiudizio.

CRITICA DIVISA
Sul suo cinema, apogeo dell'inclassificabilità, i critici discutevano fino a litigare. Da un lato sostava Demme il serio, lo studioso di Truffaut e del cinema italiano, l'amico di Bellocchio e Monicelli, l'artista che aveva lottato per importare in America La grande strada azzurra di Gillo Pontecorvo. Dall'altro, il regista che quando aveva mano libera dalle imposizioni degli studios sembrava rinascere ed emanava al contrario sofferenza pura alla guida di una macchina ricca, ma irregimentata. Tra i due Demme, in una diversità di generi (la commedia scatenata- il thriller metafisico- l'indagine psicologica sulle motivazioni di un delitto) che rendeva complicata la lettura di una pretesa coerenza e di un segno che andasse in una sola direzione, chi era chiamato a giudicarne le opere cedeva il passo alla sottovalutazione. Pur ricevendo plausi e premi per Una volta ho incontrato un miliardario e per Qualcosa di travolgente (Melanie Griffith, e chi se la dimentica più?), a fargli conquistare il rispetto collettivo fu la cupezza introspettiva, spaventosa e senza redenzione de Il silenzio degli innocenti. Nell'ipotesi non così peregrina che il male infetti fino a deformarne carattere e azioni chiunque ci si trovi a contatto e nella figura di Jodie Foster- eroina greca precipitata in un contesto modernissimo, ancor più che nel mefistofelico Hannibal Lecter interpretato da Antony Hopkins- c'era la chiave più interessante di un'opera che vinse l'Oscar, fece storia e diede vita a dimenticabili cloni, secondi tempi inadeguati, operazioni di marketing. Demme, anima nomade, era già lontano.

In una seconda parte di carriera in cui Hollywood gli aprì finalmente le porte rimaste chiuse in altre occasioni, Demme, grande amante della musica, amico fraterno di Lou Reed, Enzo Avitabile, David Byrne e Bruce Springsteen, suonò note diverse da quelle che l'uditorio si attendeva. Approfitto dell'esito del Silenzio per farsi produrre ciò che gli interessava davvero, unì in una sintesi felice una storia di denuncia come Philadelphia sul tema- scomodo e all'epoca intoccabile e sgradito dell'Aids- ai meccanismi di identificazione popolare che sono alla base di qualunque commozione e poi, ad altre denunce, si dedicò con l'arma non sempre a salve del documentario con la stessa identica onestà che in Rachel deve sposarsi metteva in bocca alla protagonista: «La misura di una vita bella non è data da quanto tu sia amato, ma da quanto amore sei riuscito a dare».


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Mercoledì 26 Aprile 2017 - Ultimo aggiornamento: 27-04-2017 21:26

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1 di 1 commenti presenti
2017-04-26 18:09:17
Un grande, nel film Philadelphia, con una bravura al di sopra del normale ha descritto il problema dell'AIDS. R.I.P.

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