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Il ritorno alla narrativa di Arundhati Roy dopo vent'anni: in un libro tutti i colori dell'India

Arundhati Roy a una marcia di protesta a Delhi

Il libro che segna il ritorno di Arundhati Roy alla narrativa, vent’anni dopo Il dio delle piccole cose, è un romanzo che sembra contenere un intero (sub) continente, un intero mondo. Con tutte le sue contraddizioni, i suoi conflitti laceranti, le sue passioni senza limiti. Il ministero della suprema felicità si apre e si chiude in un cimitero, ma è così pieno di vita (e del suo opposto, la morte) che pare quasi traboccare. È l’India dei contrasti che attrae e respinge, con la sua marea umana di diseredati e celebrità, lebbrosi e stelle di Bollywood, senzatetto e funzionari corrotti. Ci sono esistenze piene di dignità; ma anche mostri che calpestano qualsiasi etica umana. Può capitare di imbattersi in vagabonde che adottano la prima bambina incontrata per strada, così come in agenti segreti senza scrupoli pronti a torturare i prigionieri.

COMMEDIA UMANA

L’ermafrodito islamico che si ritrova ad aprire queste quasi 500 pagine di romanzo corale, folle, onnivoro, che passa impercettibilmente dal melò alla Bollywood alle atmosfere da film di Danny Boyle, è come quegli hjira creati da un Dio in vena di esperimenti, perché «aveva deciso di creare un essere vivente per cui fosse impossibile raggiungere la felicità». Anjum, divenuta donna per mezzo di un bisturi, è la più famosa tra le hijra di Delhi, ma in breve passa il testimone della narrazione ad altri. Perché a raccontare un Paese così complesso, in cui nessuno è mai veramente solo, non può certo bastare un protagonista.
C’è l’intoccabile che per sfuggire a un’esistenza immonda abbraccia l’Islam e sceglie come nome Saddam Hussein; c’è la statuaria e amara Tilottama, ci sono gli uomini che l’hanno amata; il torturatore che finisce per impazzire e si uccide dopo avere trucidato la sua famiglia.

UN ALTRO MONDO

La felicità (del titolo) sembra sempre dietro l’angolo, ma anche sul punto di sfuggire di mano. Così, per porre un ulteriore distanza tra noi e una qualsiasi parvenza di serenità, gli uomini inventano il conflitto in Kashmir, una guerra che da subito sembra “perfetta”, perché impossibile da vincere o perdere, e per questo infinita. Una guerra fratricida, come tante altre. «Noi kashmiri non abbiamo più bisogno di parlarci per capirci. CI facciamo l’un l’altro cose terribili, ci denunciamo e ci uccidiamo, eppure ci capiamo».

Appare, a un certo punto, illuminante la troupe cinematografica che, per le strade della capitale indiana scossa da più proteste di piazza alla volta, vuole spingere la gente a dire «un altro mondo è possibile», in tutte le lingue. Anjum risponde in urdu: «È proprio di là che veniamo... da quell’altro mondo». Poco più in là un cartellone pubblicitario, tra altri che annunciano l’arrivo imminente di ogni tipo di multinazionale straniera, pubblicizza l’ultima crema per sbiancare la pelle, prodotto molto in voga, con la scritta a momenti cubitali: «Il nostro momento è adesso». La speranza non ha più le sembianze di Ganesh, il dio elefante, ma il volto di un prodotto miracoloso.


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Mercoledì 21 Giugno 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:59

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1 di 1 commenti presenti
2017-07-09 10:04:35
dalla recensione il libro deve essere ottimo, lettura da non perdere per chi, come me, è appassionato dell'India