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Roma, gli U2 infiammano l'Olimpico: in 60mila per “The Joshua Tree Tour”

Gli U2 infiammano lo stadio Olimpico: in 60mila per “The Joshua Tree Tour”

Qualche minuto con gli U2, prima di andare in scena. Nello spogliatoio della Roma, mentre ancora suona Noel Gallagher nell'opening act della serata, ecco arrivare prima Larry Mullen, poi The Edge e Adam Clayton, Bono in coda. Sono rilassati come se non li aspettasse una notte di musica davanti a quasi sessantamila spettatori. Hanno voglia di scherzare, Bono dice che gli piacerebbe fare un brindisi ma prima di cantare «non beve mai».
 

 


Raccontano di quanto si stiano divertendo con questo tour che li riporta indietro di trent'anni, al primo grande successo della loro fortunata carriera. Poi The Edge lancia un messaggio sul prossimo futuro, una volta terminato questo giro di concerti «avremo una fine d'anno molto impegnativa» commenta, facendo capire che il tanto atteso nuovo album, Songs of experience, vedrà la luce davvero a dicembre. Quando dal palco chiamano, si va in scena, Bono lo devono quasi spingere fuori. Ma appena sale sul palco la sua voce riempie lo stadio pieno come un uovo. Sono 58 mila, stasera saranno altrettanti. Più che negli altri concerti della stagione, perché il palco è appoggiato alla curva sud, inevitabile scelta viste le sue dimensioni, che penalizza fortemente l’acustica.

Del resto lo schermo è il grande protagonista della serata, elegante, ingombrante oggetto di arredamento lungo quanto tutta la curva, curato con le sue spettacolari immagini da un mago come Anton Corbjin, le cui scelte hanno non solo un valore estetico ma consentono a un'operazione revival di trovare un aggancio con l'attualità trasportando il contenuto di quelle canzoni giovanili, ma piene di ideali e di spirito combattivo, ai tempi nostri, da Reagan e la Thatcher a Trump e alle intolleranze attuali.

E con tale suggestione la musica trova forza, nell'energia di una band che con gli anni ha sicuramente affinato il proprio approccio musicale e che ora, in questo tour anomalo, trova anche la giustificazione di proporre una sorta di best, passando dalle canzoni che appartengono al periodo prima di The Joshua tree, come la potente Sunday bloody sunday, come la contagiosa Pride (in the name of love) accanto alle hit di Joshua tree come Where the streets have no name o With or without you, al finale che passa da Miss Sarajevo trasformata in Miss Syria, e diventa occasione per ringraziare l'Italia per quello che fa in tema di solidarietà («siete i migliori d'Europa»). L'attualità che riprende il posto del passato, poi Beautiful day, la magica One, fino alla nuovissima The little things that give you away, anticipo di quello che sarà l'album prossimo venturo.

E, in mezzo, Bono ha anche modo di ricordare il poeta Keats, my hero, sepolto a Roma e l'amico Big Luciano Pavarotti evocato in voce anche durante Miss Sarajevo (e prima del concerto, aveva anche voluto incontrare la moglie del tenorissimo, Nicoletta Mantovani, ricordando i giorni del Pavarotti and friends a Modena).


 


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Sabato 15 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 17-07-2017 08:48

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