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Mario Sironi e le arti povere: "assenso e dissenso" in mostra a Castelbasso

Mario Sironi e le arti povere: "assenso e dissenso" in mostra a Castelbasso

Dopo il match tra Gino De Dominicis e alcuni autori viventi del 2015 e quello tra Giorgio Morandi e Vincenzo Agnetti del 2016, ecco a Castelbasso un terzo e singolare esperimento espositivo, il conclusivo “dialogo nella differenza” tra autori ed epoche diverse. E, anche in questo caso, la differenza è intesa come elemento essenziale per un confronto capace di consentire un accesso imprevisto e perfino spiazzante a universi pittorici complessi, all’apparenza distanti. “Mario Sironi e le Arti povere. Assenso e dissenso”, la mostra curata da Andrea Bruciati e allestita nell’ambito della rassegna Castelbasso 2017, è un vero serrato confronto fra artisti che hanno storie e scenari politici e sociali assai dissimili, e tuttavia accomunati dal fatto di aver rivestito un ruolo centrale “ nell’elaborazione di un pensiero nei confronti dell’ideologia politica”.

 

Così con Mario Sironi, presente con una ventina di opere da “La ballerina del 1913 fino alla “Composizione” del 1957, dialogano gli esponenti dell’Arte Povera. da Boetti a Paolini a Pascali a Pistoletto. Ed è anche la messa in scena anche di una “differenza” che crea spazi di riflessione speculari da percorrere in un gioco di fantasia e di simbiosi cognitiva, nella “continuità dialettica” fra mondi all’apparenza lontani, secondo una prospettiva concettuale declinata con mezzi espressivi comuni. Come i disegni, i collage, le fotografie. Quello di Sironi, si sa, è un mondo tragico pervaso da una moralità dibattuta tra utopiche illusioni e le angosce di un’umanità incerta del proprio destino. Gli ultimi venti anni (muore nel 1961) sono quelli della solitudine, dell'angoscia, segnati dal crollo di tutti gli ideali. Le sue periferie alienanti e desolate, le visioni arcaiche, la natura spesso assente o riarsa nei suoi colori bruni e cinerei, sono espressione dell’incombere di una fatalità, una volta che si è consumato il sogno lirico monumentale in cui le tele sono attimi dell'immenso studio della pittoricità murale. Sironi, con la sua angosciosa solitudine, continua a dipingere in maniera tormentata e insoddisfatta. Quando cade il potere che gli aveva proposto una sintassi morale e le allegorie dell'ordine, l' idea della forma per lui non muta. Ha rigenerato sul piano estetico la retorica del fascismo, il rapporto fra arte e propaganda: non una forma tradizionale al servizio di un messaggio politico, bensì un messaggio politico al servizio di una forma rinnovata che non è arabesco decorativo, ma messaggio sociale, con determinati compiti di pubblica educazione. In questo senso s’iscrive anche la predilezione per il muro come supporto e il carattere di manifesto collettivo che implicitamente comporta come nel “Manifesto della pittura murale del 1933.

Quando si dissolve l'ideologia, quella stessa idea sopravvive nella tragedia interiore. E' come per i corpi di Pompei: vedi i gessi, la forma del corpo, il corpo sotto è prosciugato dal fuoco. Il negativo in questa fase non è diverso: è l'impronta della statua. Sironi continua a fare le stesse cose. Dipinge in piccolo con la stessa tensione, con la stessa forza di convinzione. Restano identico il carattere investigativo, bituminoso della sua visione, gli umori biliari e malinconici. Mutano i contrafforti: le cose che dipinge sono come quelle di Goya, il Goya nero. E' un Sironi nero, una specie di abisso da cui non riesce a risalire. Le opere finali sono spesso murales in piccole dimensioni: le puoi immaginare per le pareti di un'università. L’uomo è imprigionato in uno spazio angusto, tra la libertà delle scelte morali del singolo e l’orientarsi della realtà storica collettiva. È questa sorta di sironiana «opera al nero» a essere idealmente sviluppata dalla generazione giovane del ’68. Accanto a Sironi le opere di Giovanni Anselmo, Alighiero Boetti, Pier Paolo Calzolari, Mario Ceroli, Luciano Fabro, Jannis Kounellis, Paolo Icaro, Fabio Mauri, Mario Merz, Marisa Merz, Giulio Paolini, Pino Pascali, Gianni Piacentino, Michelangelo Pistoletto, Emilio Prini, Gian Emilio Sansonetti e Gilberto Zorio. Come ricorda il curatore Andrea Bruciani, le arti povere prendono il nome dalla definizione che ne diede Germano Celant nel suo scritto “Arte Povera. Appunti per una guerriglia (1967) ” L’espressione fa propria la sostanza della rivoluzione semantica attuata in quegli anni contro il sistema. Siamo in un clima di sovvertimento sociale e rivolta e contestazione sono alla base di una piattaforma di pensiero sempre in movimento, con posizioni contraddittorie anche fra i diversi protagonisti. L’interdisciplinarietà, l’inventariazione delle ricerche contemporanee e l’attenzione al teatro sono i tratti salienti di un nuovo alfabeto visivo. ».

Autori come Prini, Mauri e Icaro vogliono collaborare in un clima di solidarietà e liberarsi dalla dimensione mercificante del consumo in nome di un nuovo principio di socialità dell’arte. È del resto lungo questa linea tracciata dagli artisti del “gruppo” che s’inseriscono le testimonianze della poesia visiva e della performance, a conferma di un sentire che ricerca nella comunicazione regole sintattiche eversive rispetto al sistema dominante. Dall’itinerario a specchio, il visitatore ricava continui stimoli, relais mentali, accostamenti e associazioni che rendono il percorso assai suggestivo e ricco di sorprese, alle prese con una rigorosa e fantasiosa progettualità. Così un racconto avvincente e continuo si snoda e prende forma nei diversi ambienti di Palazzo De Sanctis, nel borgo medioevale del teramano, dove da anni si susseguono (come scrive nel catalogo della Silvana Editoriale Osvaldo Menegaz presidente della "Fondazione Alvina Menegaz" che ha organizzato la mostra) progetti espositivi in cui il momento della riflessione e dello scavo sa coniugarsi con le esigenze della divulgazione. Come, per fare un esempio nelle passate rassegne su Burri, De Chirico, i pittori di Piazza di Spagna”, Così continua “l’itinerario di progettualità” che, in un’ottica interdisciplinare e sulla spinta di un cammino avviato ornai due decenni fa, ha permesso di rivitalizzare il borgo di Castelbasso come “luogo di dialogo, di contaminazione, di sintesi tra diversità”.

MARIO SIRONI E LE ARTI POVERE Assenso e dissenso A cura di Andrea Bruciati 23 luglio - 03 settembre Fondazione Alvina Menegaz Palazzo De Sanctis Castelbasso


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Venerdì 11 Agosto 2017 - Ultimo aggiornamento: 28-08-2017 00:21

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