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Charles Manson, da "Helter Skelter" ai Guns N'Roses: quando il male assoluto influenza il pop

Charles Manson, da "Helter Skelter" ai Guns N'Roses: quando il male assoluto influenza il pop

È stato il simbolo della parte oscura dell'animo umano per 50 anni. Ora Charles Manson è morto, ma la sua influenza, nera come il peggiore degli incubi, sulla cultura pop è rimasta. Anche perché nel bene, ma soprattutto nel male, Manson ha intrecciato alcune delle avanguardie più influenti del Novecento. Da Helter Skelter ai Beach Boys, passando per i Guns N'Roses, Neil Young e ora Quentin Tarantino, la fascinazione, le casualità e le connessioni di uno dei killer più efferati della storia non si contano. 

Come scrive il Guardian, quello che voleva Manson l'ha ottenuto: Charles voleva diventare famoso, e comparire sulla copertina di Rolling Stone. Cosa che effettivamente è successa nel 1970, quando il magazine fondato da Jann Wenner gli dedicò una cover, in cui appariva esattamente «come la rock star che aveva sempre sognato di diventare». Ossessionato dalla musica, quella copertina gli diede un certo credito, tanto che quando si concluse il processo a suo carico per il massacro in cui perse la vita Sharon Tate, Manson uscì con il suo primo album in tutti i negozi di dischi.

Gli anni '60 e '70 sono stati un periodo strano, foriero di novità sotto ogni punti di vista. Un periodo, per dirla alla Warhol, in cui «a ognuno venivano concessi 15 minuti di celebrità». Vaglielo a spiegare, che quei 15 minuti sono diventati 50 anni. Un periodo in cui un mito della musica come Neil Young poteva permettersi di parlare di Manson alla Warner Bros. Un periodo in cui Dennis Wilson dei Beach Boys poteva proporre alla sua etichetta alcuni demo di un uomo che per molti era il diavolo sceso in terra, riuscendo a convincere la sua band a registrare una sua cover, "Cease to Exist", sotto le mentite spoglie del titolo "Never learn not to love".
 


Se da un lato il mondo del pop era interessato e affascinato dalla figura di Manson, dall'altro lui aveva alcuni pensieri fissi, ossessioni: come quella per i Beatles, da cui fu ricambiato con un'inaspettata pubblicità reciproca. "Helter Skelter" è forse il brano più proto-punk del quartetto di Liverpool: ruvido, violento, sporco, come le scritte fatte con il sangue di Sharon Tate e ritrovate in varie stanze della villa di Polanski dove si consumò il massacro. Nella mente folle di Manson l'Helter Skelter era la guerra che doveva combattere, e quella canzone rappresentava un monito, una rivelazione, fatta dai "quattro angeli dell'apocalisse" venuti da Liverpool direttamente a lui e ai suoi seguaci.
 

«Molte delle cose che dice sono vere, ma, certo, è uno svitato», ebbe a dire una volta John Lennon in un'intervista, citata ancora dal Guardian, che rappresenta solo uno dei molteplici casi di connessioni tra Manson e la cultura popolare. Da Joan Didion ai Kasabian, da "Aquarius" ai Guns N' Roses, Manson ha ispirato documentari, film, e una discreta narrativa, persino estetica, che arriva ai giorni nostri. In una puntata di "Mad Man", serie culto dedicata ai pubblicitari di Madison Avenue, la moglie di Don Draper, Megan, è vestita e acconciata esattamente come Sharon Tate. Senza contare le innumerevoli canzoni dedicate all'ex guru: "Death Valley 69" dei Sonic Youth, "Sweet Thing" di Ozzy Osbourne. 
 

Nel frattempo Manson ha continuato a pubblicare dischi, con materiale registrato dietro le sbarre. E citare lui o la sua "famiglia" è diventato simbolo di trasgressione, di appartenenza al dionisiaco. Uno dei casi più eclatanti è quello che coinvolge i Guns N'Roses, che nel loro album di cover "The spaghetti incident" lo citarono direttamente tra gli autori a cui avevano reso omaggio, per la canzone "Look at your game girl". Senza considerare Marylin Manson, che ha deciso di chiamarsi proprio con il suo nome, per bilanciarlo a quello della Monroe. Nel 1992 poi Trent Reznor con i suoi Nine Inch Nails affittò la villa di Bel Air dove Manson compì i suoi omicidi e la trasformò in studio di registrazione. Lì incise "The Downward Spiral", che contiene "My monkey", traccia incisa su un testo, guarda un po', di Charles Manson. È rimasto agli annali un suo scambio con la sorella di Sharon Tate, in cui lei lo accusò di prendersi gioco della morte delle persone. «No, sono solo interessato al folklore americano», le rispose Reznor, che poi si pentì di quella scelta.
 

Il giudizio dei critici musicali su Manson è pressoché unanime: un mucchio di deliri senza senso di un criminale. Ma l'opinione pubblica degli anni '60, e quella successiva, per un lungo lasso di tempo, hanno giocato all'altalena con il male assoluto, un uomo che devia le menti delle persone per compiere delitti inenarrabili. La giornalista Joan Didion descrive bene la Los Angeles post-Manson nel suo libro "The white album", usando i concetti di paranoia e distacco. Le stesse emozioni che in qualche modo il killer aveva causato ai suoi seguaci e alle sue vittime. Le stesse che sono rimaste, collegando la notte in cui avvenne il massacro di Sharon Tate, tra l'8 e il 9 agosto 1969, e quella tra il 19 e 20 novembre 2017, in cui è morto Manson. Paranoia e distacco, quel che oggi in molti provano di fronte alla morte di un personaggio discusso, controverso, che però è riuscito nella sua missione: diventare parte del folklore americano, influenzare più o meno tutti, nel bene ma soprattutto nel male. Soprattutto, essere famoso.
 


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Lunedì 20 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 21-11-2017 19:45

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