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Adam Zagajewski, esce un volume di inediti del poeta polacco: le buone poesie offrono ricchezze inaspettate

Adam Zagajewski, esce un volume di inediti del poeta polacco: le buone poesie offrono ricchezze inaspettate

Dice Adam Zagajewski: "Si può vivere senza poesia, senza musica, senza libri, senza pittura: basta guardarsi intorno. Si può anche essere un uomo onesto senza tutto ciò. E’ ben possibile come è possibile vivere con la poesia e la musica. Perché non provarlo?". "Voce quieta all'angolo dell'immensa devastazione di un secolo oscuro, più intima di quella di Auden, cosmopolita come quella di Milosz, Celan, Brodskij" (così ha scritto di lui Derek Walkott) Zagajewski è nato nel 1945 a Leopoli, attualmente in Ucraina, ha vissuto in Slesia, in Francia, in Germania, e attualmente vive fra Cracovia e gli Stati Uniti, dove insegna scrittura creativa all’Università di Chicago.

L’editore Raffaelli sta pubblicando un suo volume di inediti, dal titolo “Il 'fuoco eracliteo' nel giardino d’inverno”, realizzato con l’Università di Urbino Carlo Bo, che così commemora il conferimento del Sigillo d’Ateneo di qualche mese fa ad opera del Rettore Vilberto Stocchi. A chi chiede al settantunenne poeta polacco di ”Tradimento”, il primo volume con cui Adelphi ha presentato in Italia la sua opera, quale posto abbia la poesia nel caotico mondo della contemporaneità, lui risponde che “la vita, gli oggetti vibrano di significati reconditi, ma decifrabili come la scrittura cuneiforme, esiste un senso nascosto nella quotidianità, ma diventa accessibile negli attimi in cui la coscienza ama il mondo”. Così per apprezzare la poesia “serve concentrazione, bisogna entrare in armonia col momento e con se stessi”. Ma è un dramma del nostro tempo il bisogno di cose facili: si spiega così la grande corsa al buddismo: ”Da quella forma di pensiero religioso ci si aspetta un insegnamento su come riuscire a concentrarsi, una virtù che abbiamo dimenticato”.

Più volte candidato al Nobel,  Zagajewski è un poeta leggero, giocoso, ironico, ma anche amaro e sardonico, nella cui tessitura fiori, alberi e uomini convivono in un'unica scena. Ma questo mondo non è un luogo di fuga, al contrario è in rapporto con la cruda realtà del secolo passato.

Zagajewski: lei è nato a Leopoli ed è cresciuto a pochi chilometri da Auschwitz. Pensa sempre che quanto ha scritto Adorno sul ”dopo Auschwitz”  possa paralizzare la creatività poetica?
“Era un po' di più di cinque chilometri la distanza. C'erano segni di Auschwitz, qualche fatiscente baracca,a Gliwice, dove ero bambino… Anche la "marcia della morte" dei prigionieri, compreso Primo Levi, è passata di là. La parola di Adorno è diventata un segno di riconoscimento che va oltre l'intenzione del filosofo, per la sua importanza e il suo peso. Era un avvertimento, piuttosto che una legge di validità universale. La poesia contiene la gioia, come ogni arte. Non per questo Auschwitz deve essere dimenticata. La casa della poesia è predisposta oggi alla gioia e al lutto. Ci sono cose che esistono da tanto tempo: ogni elegia comporta un elemento di "consolatio".

In un suo verso, "Prova a lodare il mondo mutilato", parla della speranza in un mondo di devastazione. Con il suo pubblico esiguo la poesia può restaurare il ”mondo mutilato”?
“Due questioni: la forza spirituale della poesia e il numero dei suoi lettori. Non pretendo che ne abbia di milioni. Ma per ciò che riguarda la sua forza e la sua sostanza, posso dire che l'affermazione è possibile per un poema. Più un'affermazione che una speranza, che è sempre una proiezione verso l'avvenire e talora un gesto puramente retorico”.

Pensa che la velocità con cui si muove la società contemporanea possa minacciare, in qualche modo, la fruizione e la creazione poetica?
“Paradossalmente la velocità può favorirla. Chirac, che non è tra i miei eroi nella politica, quando era sindaco di Parigi diceva che poteva leggere solo poesie, non aveva tempo per i romanzi. Per conoscere la poesia, bisogna leggerla. Non è più difficile da comprendere delle tante avvertenze per l'uso che accompagnano i piccoli gadget che così frequentemente compriamo”.

Perché per troppi lettori leggere un verso è impresa faticosa?
“Appare difficile perché tutti dicono che è difficile. Bisogna trovare un momento propizio. Il romanzo offre al lettore l'illusione della continuità. Un grosso romanzo permette di vivere una o due settimane come in un solo respiro. Ma talora si paga un prezzo, l’irrealtà. Un poema ci regala - qualche volta - un’ eternità. I grandi poemi (non sono molti) aprono gli occhi sulla profondità della vita”.

Lei insegna. Che suggerimento darebbe a un insegnante italiano per accedere, o accrescere, l’amore per la poesia?
“Penso che un insegnante di poesia abbia bisogno, come l’anima, di un po’ di senso dell’umorismo e di molta sobrietà. Le buone poesie, quando vengono studiate con attenzione, verso per verso, offrono ricchezze inaspettate. Occorre però basarsi sul testo della poesia e non sul proprio personale entusiasmo. L’entusiasmo deve scaturire negli stessi studenti. Se questo non succede, beh, è triste. Allora non si può fare niente”.

C'è iato tra l'esigenza di impegnarsi nella storia e il bisogno di vedere la poesia come una realtà a sé?
“Lo iato esiste tra chi si dedica alla vita attiva, compresa la politica, e chi è attratto dalla vita contemplativa. Sono vocazioni diverse. La poesia non basta a se stessa. Partecipa alla vita della città, ne cerca un senso. Va oltre questa attività, cerca altre cose, ma non dimentica "la piazza pubblica".
 
 
 


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Martedì 3 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 05-01-2017 19:17

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