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Esercizi di memoria, con i colori delle opere d'arte Camilleri sfugge alla prigionia del buio

Andrea Camilleri, Esercizi di memoria, Rizzoli.

«Quando non ne posso più del buio nel quale sono costretto, mi ristoro nel ricordarmi pennellata dopo pennellata l’immagine dei quadri che ho più amato e così nella mia mente tornano i colori». Così, pur non vedendole, Andrea Camilleri si è fatto raccontare le illustrazioni che  accompagnano i racconti contenuti in Esercizi di memoria, pubblicato da Rizzoli, che fanno capo ai nomi di Alessandro Gottardo, Gipi, Lorenzo Mattotti, Guido Scarabottolo e Olimpia Zagnoli. A cui va aggiunta la caricatura creata da Tullio Pericoli per la copertina.

Camilleri ha sempre coltivato la scrittura con precisione e tenacia instancabile, anche per sfuggire alla noia, ha detto spesso con qualche punta di understatment. Ora che la cecità lo assilla mostra di poter contare ancora su una disciplina ferrea che si rivela nell’esercizio della memoria, nella lucidità con cui riesce a trasmigrare a ritroso nel tempo di una esistenza lunga e pregnante con una visione interna, speciale, tutta mentale in cui però sembra che le persone e gli eventi risaltino con maggiore focalità, accesi dal desiderio di catturare ancora la realtà, il tempo rigoglioso e sempre ritrovato della vita nelle sue varie fasi, soprattutto quelle della giovinezza.

«Nessun poeta mai ebbe tanti occhi quanti ne ebbe Omero, il cieco», è stato scritto e in effetti lo scrittore siciliano si inserisce in quella scia tanto antica che ha il suo antesignano in chi ha saputo raccontare l’epica di una civiltà con l’Iliade e l’Odissea con lo sguardo più multiforme e variegato di un vedente, unendo in un unico coro le voci dei vari rapsodi dell’antichità, quelli che raccontavano le storie nelle corti per compiacere i re e i loro commensali. Utilizzando la sola arte della memoria.

Forse Ong ha esagerato quando nel suo Oralità e scrittura (1982) ha enfatizzato la trasformazione della nostra civiltà e della nostra mente da parte della scrittura, apportatrice di un pensiero sillogistico e logico opposto all’oralità primaria degli illetterati e dei primitivi. All’estremo opposto, Platone nel Fedro criticava la scrittura perché le parole scritte non dicono nulla se non sono interrogate da qualcuno, i nomi devono incarnare cose e devono essere oggetto di dialogo da parte dei sapienti, mentre la scrittura arriva dovunque come nel moderno Internet e tutti possono scrivere le parole senza mostrare però alcuna vera memoria e sapienza delle cose. 

Senza esagerare come Rousseau, per il quale la scrittura è solo una appendice del pensiero, possiamo però dire che l’arte più teatrale e vivida di narrare a voce è inseparabile dal talento della scrittura. L’epica greca, l’enciclopedia tribale di Omero, mostrano come l’oralità ha saputo creare le basi per una civiltà. E nessuno può opporre radicalmente il pensiero logico, filosofico a un’altra forma di pensiero che è quello narrativo, dialogico, quello che emerge dalla interazione dei sapienti e dei conoscitori. E in questa arte del narrare può essere sapiente chiunque - anche le madri e le nonne che addormentano i bambini con le fiabe - basta che abbia l’antica anima dei rapsodi greci, quella che è migrata nella cultura siciliana de “lu cuntu”, del raccontare, unita a quella dello “spiari”, cioè l’informarsi domandando e ascoltando con astuzia per analizzare e riferire che è uno dei talenti migliori del commissario Montalbano.

Arte nel quale è maestro Andrea Camilleri, lo scrittore cieco dai mille occhi e dalle mille memorie, che in Esercizi di memoria ci racconta la sua piccola epica di ragazzo siciliano poi emigrato nella città di Roma. Siamo così abituati a sentire i suoi racconti in televisione che, seppure dettati a Isabella Dessalvi, questi Esercizi risuonano nel lettore incarnati dalla voce forte, cava, ironica del loro autore, quasi se ne percepissero le intonazioni, le pause e le mutazioni della tonalità dell’umore. Ne viene fuori un amarcord nostalgico e divertito. Con il sorriso e l’arguzia di chi, con gli anni, non ha solo accumulato ricordi, ma aumentato la propria saggezza della vita. E anche la nostalgia si sposa con la leggerezza dando ad ogni piega dell’esistenza, perfino a quella funerea, un effetto di sapida comicità.

Queste memorie sono attraversate da una forte spettacolarità, hanno un loro movimento drammaturgico che tende al fantasmagorico e, a volte, alla boutade visiva, richiamando sketch della commedia italiana più nota.  Vissute in prima persona, in certi momenti sembrano le avventure fiabesche di un altro personaggio come si trattasse del Marcovaldo di Calvino o del Malaussène di Pennac. Con l’ingenuità del giovane e i suoi contraccolpi, le vicende stralunate e inguaiate in cui il caso va a cacciare il protagonista, l’esplorazione e l’investigazione di situazioni paradossali, i tentativi riusciti o falliti di risoluzione.

Sembra una sceneggiatura inventata e invece è memoria vissuta quella delle peripezie de Le ceneri di Pirandello dove Camilleri e altri quattro liceali nel 1942 cercano di realizzare le volontà dello scrittore di Agrigento di seppellire le proprie ceneri tra le radici di un pino nella contrada Caos, dove era nato, oppure disperderle nel “grande mare africano”.

Pirandello aveva avuto un rapporto oscillante con il regime fascista. Nel 1935 aveva definito Mussolini, in un discorso celebrativo per la impresa d’Etiopia, “un poeta della politica”, poi lo aveva considerato un mediocre e aveva snobbato tutti chiedendo un funerale sobrio. I cinque liceali incontrano il Federale fascista del tempo, ma, lui si rifiuta perché Pirandello “era un lurido antifascista”. Finita la guerra, vanno dal Prefetto di Agrigento e questa volta il diniego si fonda sul fatto che Pirandello era stato un “convinto fascista”. 

I cinque non demordono e mettono in mezzo il costituzionalista Gaspare Ambrosini divenuto deputato che mette a disposizione un treno per Palermo. La cassetta di legno con le ceneri viene trafugata e ritrovata poco dopo. Il corteo dalla Stazione al Museo Civico, che deve ospitare le ceneri, viene fermato dal Vescovo contrario alla cremazione, ma Camilleri ha trovato l’escamotage: affittare una bara e fingere la processione per un morto. Dopo essere stata dimenticata per anni. Quando Marino Mazzacurati realizza il monumento con la maschera tragica e comica di Pirandello, il direttore del Museo Zirretta decide di trasferire le ceneri nel cilindro della scultura. Si reca al Caos ma non c’è posto per i poveri residui e allora sceglie la seconda opzione della dispersione.

Mentre esclama aprendo la bocca “O grande mare africano!”, una folata di vento solleva le ceneri che vanno a finire sopra Zirretta che se le scrolla di dosso. Irriverenza o ironia del destino verso chi aveva svelato l’ipocrisia delle stanche ritualità e credenze della società sovvertendo le forme acquisite, mettendo tutti di fronte alle proprie “maschere nude”. E’ una commedia umana dai mille tipi quella che passa davanti al palcoscenico della memoria di Camilleri. La sua empatia e ironia ne fanno emergere i tratti forti e la tendenza di ognuno a impersona una sorta di caricatura di sé ora leggera, ora cupa, ora comica, ora seriosa.

E allora abbiamo il ritratto del poeta Cardarelli col suo caratteraccio e il cappotto indossato anche d’estate.  L’ingegnere “Comerdione” vuole creare un tipo aquilone che possa trasportare una bomba da lanciare sui nemici maltesi durante la guerra e per caso abbatte un aereo nemico tra lo stupore del popolo di Porto Empedocle, il paese che fa scenario a molte di queste rievocazioni, soprattutto quelle giovanili. Durante la guerra di Spagna tutte le navi al largo del porto devono essere controllate. Gino Moscato, lontano cugino del padre di Camilleri, è medico. Viene chiamato a visitare un marinaio in condizioni gravi nella nave russa Krassin. Soffre di mal di mare. Manda il padre di Camilleri che si presta al gioco rischioso della sostituzione. Lo porta a terra, dove il vero medico lo guarisce. Dopo un mese la Pravda scrive un articolo di encomio. Per fortuna nessuno riconosce il padre di Camilleri e il Federale fascista convoca Moscato che, al posto di punirlo per avere aiutato il nemico, loda l’eroismo del popolo fascista. I racconti hanno sempre un contro-altare fiabesco e paradossale, mostrano come la vita sia una continua e imprevedibile giravolta di contesti e reazioni come nella migliore tradizione della novella italiana dal Decamerone di Boccaccio fino ai giorni nostri.

Come ne La casa di campagna, senza energia elettrica e acqua corrente, dove i nonni materni, Vincenzo ed Elvira Fragapane, si trasferiscono da maggio a settembre. I cacciabombardieri francesi partiti dalla Tunisia bombardano Porto Empedocle. Nell’esodo alcune famiglie vengono ospitate nella villa dei nonni. L’ingegnere Capizzi si industria per sfruttare il vento con le pale di una elica di areo. Nell’ ulteriore bombardamento i caccia virano sulla villa, intravedono il marchingegno e aprono il fuoco. Tutti preferiscono allora tornare il Medioevo, ma avere salva la vita. Non manca nemmeno l’incontro con i brigani di Giuliano, mentre Camilleri si reca a Palermo sul camion di Don Vincenzo che trasporta pesce fresco e deve pagare dazio durante il percorso. Nella pioggia porta con le sue mani le cassette e si imbatte in Fra’ Filippo, brigante che conosce Hegel e Schopenauer.

Un rigoglio di vita che continua con il circo di Pianella, detto così perché usava due gigantesche pianelle rosa al posto delle grandi scarpe finte dei clown. Le sue attrazioni erano l’illusionista Chabernot e la cavallerizza Marisa Olliver, ragazzona bionda dai costumi succinti. Nella notte del 7 agosto 1942, un bombardamento inglese precede la sirena d’allarme. La cavalerizza Marisa è dispersa. Il suo fantasma torna a casa del dottor De Giovanni rivelando una combine scabrosa tra i due.
Strappa delle vere e proprie risate L’edicolante napoletano dove un Camilleri, che svela, dietro la bonomia autoironica, il suo lato di raffinato cultore del sapere,  è alla ricerca del secondo numero de Les Nouvelles littéraires per continuare a leggere un saggio di Sartre che lo ha appasionato durante un ricco ed entusiasmante soggiorno romano. Alla stazione di Napoli pensa di sfruttare la sosta del treno per chiederlo ad un edicolante che gli risponde con una sonora pernacchia.

Nostalgica e, attraversata dal dolore per la morte del padre, l’esperienza di lavoro con Eduardo. Camilleri è il delegato della produzione delle sue opere teatrali per la Rai e combatte con la tremenda censura dell’epoca. Si reca pure nell’isola di Isca davanti a Positano che Eduardo possiede e dove si ritira nel mese di luglio. Edoardo vorrebbe affidare a Camilleri la pubblicazione delle lettere degli ammiratori richiesta da Mondadori, ma il padre si ammala e lui preferisce trascorrere con lui quegli ultimi mesi rinunciando a quella ulteriore importante collaborazione col Maestro. Il quale avrà modo di risentirsi ancora quando Camilleri collaborerà con Peppino senza nascondere i noti risentimenti con il fratello di cui guardava con snobismo e sarcasmo gli sketch mandati in onda dalla televisione.
Perfino Luciano Liggio richiede Camilleri dopo che, nel 1987, Rai Uno trasmette lo sceneggiato Un siciliano in Sicilia dedicato alla alleanza tra americani e mafiosi durante lo sbarco del luglio del 1943. Liggio lo trova oggettivo, ben fatto. Vorrebbe che Camilleri raccontasse la sua vita con altrettanta capacità. L’incontro non avviene perché il boss comprende che la Rai non avrebbe mai mandato in onda un simile soggetto. Anche il progetto di un film comico con Monica Vitti non trova esito.

Michelangelo Antonioni non se la sente di intercalare con il soggetto di Camilleri una sequenza che vede la Vitti protagonista de L’avventura, La notte, L’eclisse e poi Deserto rosso. La comicità che Vitti e Camilleri cercano è più legata ai fatti che alle sfumature, una comicità concreta alla Feydau più che quella leggera, area di un Chaplin o di un Tati. Antonioni propone a Camilleri da fargli da aiuto regista e dirigere lui la Vitti. Il produttore è entusiasta, ma il creatore di Montalbano non si sente di reggere un confronto titanico alla rovescia.
Esercizi della memoria è un crepitare di sorprese fiabesche, avvolte dal calore del raccontare a voce da cui è pervasa una scrittura che rimanda sempre allo scrittore che la incarna e la fa vivere in un palcoscenico che coincide con la vita medesima.

L’arte de “lu cuntu” si afferma ancora una volta come il vero talento di Camilleri che sa immedesimarsi nei punti di vista dei personaggi, narrando da diverse prospettive come aveva fatto del resto ne Il birraio di Preston, romanzo corale e compiuto che non a caso cominciava come una fiaba, facendo il verso in siciliano all’incipit di incipit di Bulwer-Lytton:  “Era una notte che faceva spavento, veramente scantusa”. Camilleri racconta la sua piccola epica, in una geografia che dalla immaginaria Vigata lo riporta nei luoghi reali della sua vita che sono tutti ricoperti della magia degli eventi, delle sorprese e degli incontri. Quella che nessuna cecità potrà occultare e disperdere.
 
 
 


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Mercoledì 18 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 21-10-2017 18:47

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