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Donne d’isola e soldati di terra, i racconti di Antonio Seccareccia

Donne d’isola e soldati di terra,
i racconti di Antonio Seccareccia

Troppo spesso la memoria letteraria si dimostra ingiusta e parziale. Condanna al silenzio libri e autori che non lo meritavano, impigliati tra i capricci dell’oblio o della dimenticanza. Così una sorpresa, un’autentica sorpresa è di chi oggi si trova a rileggere, o leggere per la prima volta, “Le isolane” di Antonio Seccareccia che ora Eliott pubblica nella collana “Novecento italiano”; e, anzi, con questo testo la casa editrice romana inaugura uno spazio dedicato a scrittori del secolo scorso che furono piccoli casi letterari ma che poi furono accantonati. Com’è il caso di Seccareccia che fu anche un ottimo poeta, scoperto da Giorgio Caproni e Giacomo Debenedetti e riproposto nel 2010 da Andrea Di Consoli in una bella antologia “Il viaggio nel Sud”. Perché la “poetica raccolta” dei quattro racconti dello scrittore scomparso a Frascati nel 1997, a settantasette anni, ha superato assai bene la prova del tempo (il libro uscì una prima volta nel 1960) e si legge ancora con passione e coinvolgimento.

Seccareccia aveva partecipato alla guerra finendo poi nelle isole dell’Egeo. E in quell’inconfondibile paesaggio isolano sono ambientate le storie che hanno come protagonisti “donne d’isola e soldati di terra”.Quattro racconti segnati nel tempo della nostalgia e della solitudine. Quattro indimenticabili ritratti di donne che sembrano segnare lo sfondo, il background di un unico, continuo racconto di formazione, scandito in tempi diversi con le storie che s’incastrano e si contaminano e si passa impercettibilmente dall’una altra, quasi senza accorgersene. Dove (ben scrive Arnaldo Colasanti) il “centro è la vita che passa, è il trascorrere muto e potente dell’esistenza” , mentre le vite si sfiorano, ma non si toccano veramente “durante le lunghe attese e le forzate separazioni imposte dai ritmi della guerra”. Come un’unica fonte (di energia, di calore, di vita) che poi si sparge, si dissemina, si condensa nei volti e nei gesti, nel lento dissolversi delle care immagini di Panaiula, Estenia, Maritza e Xeni, le isolane che incontra il soldato italiano nella sua esperienza di guerra in Grecia. Ognuna con un suo destino, segnato e rintracciato in un tempo pressoché immobile, in cui tutta la storia (con le singole storie) sembra bloccata. Appunto “immobile”, ma nel movimento di pensieri, emozioni, sguardi, incontri che lo definiscono e lo azzerano.

La voce di chi scrive è discreta e come defilata, accompagna quelle figure spiate, vagheggiate, mitizzate, amate. Le spinge con fatale dolcezza fuori di scena. Lieve e sommessa, abbassa continuamente il suo tono, quasi immedesimata, incorporata in quel brusio inesorabile che allontana e sgretola ogni cosa e ogni immagine: “Non riuscivo più a ricordare il suo viso, il suo modo di guardare le persone e di parlare. Ma forse era proprio quello che ci voleva . Non pensarci più e lasciarla per la sua strada”.

A proposito di Seccareccia , Anna Banti parlava di una “scrittura coperta, segreta nei suoi effetti di limpidezza estrema”, affinata (per Caproni) sulla più “delicata e persuasiva mole della poesia”. Ma bisogna aggiungere con Colasanti che il suo metronomo “è la grandissima voce della poesia in forma di romanzo. Allegra e grave, perentoria e pudica”. Così chiara e diffusa nelle “Isolane”, quella luce mediterranea illumina ancora i lettori di nuove intuizioni.

 


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Venerdì 25 Marzo 2016 - Ultimo aggiornamento: 29-03-2016 20:48

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