L'avarizia, il vizio senza rivali
che condanna l'uomo all'infelicità
LIBRI
ROMA (1° aprile) - Nei secoli ha indossato diversi abiti, preso svariate accezioni, seguendo le mutazioni apportate dalla Chiesa all'elenco dei vizi capitali, sovrapposta o affiancata ad avidità, cupidigia e usura, oscillando nei millenni tra vizio e virtù. L’avarizia è al centro dell’analisi di Stefano Zamagni, ordinario di economia politica all’Università di Bologna, che ne ha tracciato un profilo storico-filosofico in Avarizia. La passione dell’avere (Il Mulino, pp. 144, euro 12), parte di un progetto editoriale sui 7 vizi capitali. Il volume stato presentato mercoled all’Istituto della Enciclopedia Treccani, presenti l'autore, il presidente Giuliano Amato, e il filosofo della scienza Giulio Giorello.

Zamagni ripercorre venti secoli attraverso un’analisi definita “lo slittamento semantico del significato dell’avarizia”. Il prototipo dell’avaro che abbiamo Paperon de Paperoni - sottolinea Giuliano Amato - ma solo uno dei significati dell’avarizia che storicamente ha assunto svariate accezioni legate alla passione dell’avere nelle diverse epoche. Il vizio si traduce per l'uomo non nel fallimento della volont, ma della ragione. L’uomo avaro non ama se stesso - dichiara Zamagni - ma ama le cose che possiede. E’ odiato dagli altri e sapendo di esserlo cerca di mimetizzarlo con gesti generosi. Con capacit mimetica riesce a ingannare fingendo nobilt d’animo e nascondendo la sua vera natura, tanto che l’avidit spesso viene associata all’encomiabile scopo di provvedere ai figli. L’autore squarcia il velo di questo vizio, spesso considerato un male minore. Una stortura che, secondo Zamagni, ha contribuito alla crisi. Nel pi “economico” dei vizi capitali si insinua uno dei pi frequenti casi di “fallimento della ragione” in ambito economico.

In preda alla passione dell’avere, l’avaro non sa indirizzare la volont sul bene che vuole possedere. E gli avari, anzich rimettere in circolo risorse per lo sviluppo, le accumulano grettamente adottando dunque un comportamento anticapitalistico. Nell’analisi di Zamagni la taccagneria si disputata con la superbia il primato di primario vizio mortale durante l'antichit, per poi essere rivalutato e assurto a virt nel Medioevo con la rivoluzione mercantile e nell’Umanesimo laico. Fino a trovare il massimo apprezzamento nel contrattualismo di Thomas Hobbes e nell'Illuminismo, di cui l'economia politica del ' 700 diretta discendente.

Ma sono la societ postmoderna e il neoliberismo a portare l’avarizia agli onori degli altari, nel momento in cui il free market viene rimpiazzato dal greed market, con le conseguenze nella crisi moderna. Accusata di essere, oggi, la principale generatrice di scarsit secondarie in quanto non permette di distinguere tra bisogni e desideri - scrive Zamagni -, l’avarizia il vizio che pi di ogni altro cresciuto in maniera spettacolare nel corso del secolo scorso. Oggi la brama smodata delle cose pare tornata ad essere percepita come uno dei pi seri impedimenti al progresso civile e morale delle nostre societ. Se il superbo posseduto da se stesso, l’avaro lo dalle cose. Il suo comportamento presenta tratti inconfondibili: l’avaro accumula ma non investe; conserva ma non usa; possiede ma non condivide.

Un’alternanza di significati che Zamagni associa, attraverso un’attenta analisi, al mutamento sociale e alla trasformazione avvenuta nel corso del tempo delle forme di ricchezza e dei modi di ottenerla. L'autore approfondisce anche lo studio della secolarizzazione del male, ovvero la privazione dell’avaro vittima del senso di colpa, rendendo possibile il passaggio dalla civilt della colpa alla civilt della vergogna. Tolgo il peso della colpa, ma ci ha un prezzo perch sottraggo anche la libert: medicalizzare le colpe ti d una soddisfazione nell’immediato, ma non ti d la possibilit di appropriarti del tuo destino. La libert dell’avaro una falsa libert - sottolinea Giulio Giorello - la sua una libert all’impotenza, perch portato a rimanere immobile dentro di s, senza uscire al di fuori.

Resta il dilemma tra felicit e utilit quale obiettivo da perseguire. L’esempio di Paperon de Paperoni emblematico: massimizzatore di utilit, ma non felice. Tra felicit e avarizia - dice Giuliano Amato - c’ un ponte che non edificabile. La felicit nasce dallo stare con gli altri e l’avarizia condanna l’uomo a riflettere s stesso non interagendo. E’ una condanna all’infelicit.

La soluzione a questo male Zamagni la trova nella gratuit e nel dono. I beni non condivisi - scrive Zamagni - sono sempre vie di infelicit, persino in un mondo opulento. Il denaro tenuto stretto, come geloso possesso, in realt impoverisce il suo possessore perch lo spoglia della capacit di dono. Il libro si chiude con Charles Dickens e il Canto di Natale in cui Scrooge ritrova il senso della felicit, riscoprendo s stesso nella gratuit del donare agli altri. Il dono diventa soluzione per libert e reciprocit nei rapporti, liberando l’uomo dall’infelicit che aveva ottenuto chiudendosi nel guscio dell’avarizia e rinunciando a relazionarsi con gli altri. E’ nelle relazioni che l’uomo si specchia e trova la propria identit, liberandosi da un’esistenza in cui le cose finiscono per possederlo, rendendolo prigioniero in una gabbia dorata.

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