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Bauman, quella modernità e la costante incertezza del futuro

Bauman, quella modernità e la costante incertezza del futuro

Le sue analisi sulla frantumazione delle identità, sull'incertezza esistenziale, sulla precarietà e la solitudine delle nostre vite avevano fatto di Zygmunt Bauman uno degli interpreti più singolari e illuminati dei problemi che assillano il nostro tempo. Intellettuale capace di far rifiorire la passione per l'analisi sociale e di restituire forza al compito di analizzare il mutamento, il sociologo e filosofo polacco aveva messo in circolazione espressioni come "modernità liquida" e "società dell'incertezza", veri "tesori" concettuali per sondare l'opacità delle tante anomie che si agitano nel mondo. In modo particolare il concetto chiave di “liquidità" - cioè la consapevolezza che nell’epoca presente tutto è incerto, mutevole, fluido - assume nel suo pensiero aspetti complementari e genera fenomeni interdipendenti. Tra i più vistosi, Bauman indicava il tramonto delle forti ideologie e la conseguente apatia politica, il declino del pubblico del “pubblico” a vantaggio del “privato”, il culto ossessivo del corpo, la rinunzia alla ricerca di legami sociali e la tendenza a sostituirli con una nebulosa e idealizzata “comunità”, ma a patto di non trascurare il nostro “particolare”.

E ancora un senso di competitività esasperato, l’indebolimento delle strutture statali e il successivo espandersi del liberismo. E infine, come contrappeso alla costante condizione d’instabilità, la manifestazione del bisogno di ritrovare ciò che abbiamo per sempre perduto, la solidità dei rapporti interpersonali. Tutto ciò produce, come un’onda lunga, un altro dei problemi contemporanei, sia esso collettivo o individuale: la crisi dell’identità. La frenetica e costante ricerca a sapere chi siamo non è il residuo di un’epoca preglobale, bensì l’effetto collaterale, o il sottoprodotto, delle pressioni globalizzatrici e delle paure individuali che esse hanno generato.

Sullo sfondo di una paura inconfessabile: che futuro ci aspetta? Lo chiesi a Bauman in una nostra recente conversazione. Si direbbe leggendo le sue analisi che il premio in cui sperare sia al massimo un oggi diverso, non un domani migliore. Il futuro è fuori dalla nostra portata?
«L'idea - mi rispose - che ci si avvicini al futuro attraverso una serie di scalini, di passi, un progetto di avvicinamento per fasi non è più d'attualità. Oggi quando vediamo i problemi - ad esempio i costi eccessivi della sanità, l'arrivo a ondata irrefrenabili di emigranti, il terrorismo e la sua forza nichilista - cerchiamo di attenuarli o di liberarci dai disagi che ci provocano. E' anche difficile capire quali siano le conseguenze a lungo termine dei problemi: agiamo nel quotidiano piuttosto che con una visione del futuro».

Nella modernità liquida in cui viviamo la regola dominante è un mutamento incessante, senza soste, che non consente di consolidare nuove istituzioni. E' impossibile un'analisi della società? Bauman pensava che l'unica certezza è l'incertezza, il nostro vivere in una condizione d’instabilità. II futuro non ha prospettive, non ha dimensione a lungo termine. “Ho abbandonato così l'idea della post-modernità che implica una separazione dalla modernità, un andare oltre. Se la modernità è un ossessivo processo di cambiamento, la necessità compulsiva di trasformare tutto, l'impossibilità di qualunque consolidamento, noi siamo ancora nella modernita”. Tutto questo rende difficile l'analisi, il pensiero che va oltre il provvisorio e il quotidiano. Bauman faceva un esempio per lui davvero significativo.

Una grande fondazione tedesca lo aveva invitato a fare una consulenza su un progetto di educazione. Lui aveva chiesto se era a lungo termine. Gli avevano risposto di sì: si spingeva fino all'ottobre dell'anno successivo. “Il lungo termine erano... undici mesi. Se la realtà è in evoluzione, come fai a fare progetti? Già undici mesi sono un periodo molto lungo”. Siamo condannati a vivere una condizione paradossale: precari ma creativi. E' la logica del capitalismo flessibile? Bauman concludeva:
«Non sono un profeta. Penso che il processo storico abbia le caratteristiche del pendolo. Abbiamo valori dignitosi per una vita decente. Sono indispensabili, ma anche alternativi. Freud diceva che la società paga con una minor libertà la necessità di sicurezza». E ricordava quello che per lui era l’aspetto più spettacolare e tragico della post-modernità, condensato in una formula a cui era legato:la produzione di scarti umani”. La vittoria della post-modernità in ambito globale ha aumentato in maniera esponenziale questi “rifiuti, degli umani non più necessari al completamento del ciclo economico, dei paria impossibili da sistemare all’interno della struttura sociale che fa da riflesso all’economia mondializzata”.


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Lunedì 9 Gennaio 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:56

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