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«Gli incontri della mia vita». Camilleri parla di “Certi momenti”, il libro che raccoglie volti ed eventi memorabili della sua esistenza

«Gli incontri della mia vita». Camilleri parla del suo libro “Certi momenti”

La vita è fatta soprattutto di «certi momenti», dice il titolo del nuovo libro di Andrea Camilleri, da oggi in libreria: Certi momenti (Chiarelettere, pp. 168, euro 15). Piccole e grandi rivelazioni che passano per l'intensità degli incontri. Gente frequentata, amata o sfiorata. Gente da cui abbiamo imparato qualcosa, gente che con una frase ci ha spostato – anche solo di un centimetro – la prospettiva sulla realtà, ha acceso un'idea. Camilleri inventaria alla rinfusa, seguendo il ritmo disordinato dell'esistenza, volti memorabili in un libro commovente anche per la struttura. Mette sullo stesso piano i personaggi illustri – Croce, Vittorini, Gadda, Pasolini – e le persone cosiddette anonime: zii, compagni di scuola, amici.



La mescolanza di personaggi vuole suggerire che non ci sono gerarchie nei ricordi importanti?

«Certo, nessunissima gerarchia. Non conta che posto occupava nella società chi ha detto una frase o compiuto un gesto, l'importante è proprio quella frase, quel gesto ti sono entrati dentro e hanno in qualche modo contribuito a farti essere quello che sei, a farti pensare quello che prima non pensavi. Quando ho voluto scrivere questo libro mi sono rifatto agli incontri cercati, ma ancor di più a quelli casuali che oggi, a novant'anni compiuti, mi sono rimasti indelebili nella memoria».



A volte anche gli incontri mancati - come quello con lo scrittore Antonio Tabucchi - possono avere una loro importanza…

«Vero. L'ho cercato, ci siamo inseguiti attraverso lettere, cartoline, telefonate, ma non lo reputo un incontro mancato ma a maggior ragione l'assenza ha fatto sì che le nostre due essenze abbiano potuto sfiorarsi».



Tra gli incontri con persone lei ogni tanto inserisce anche l'incontro con libri. La sua vita senza i libri letti e amati le sembrerebbe molto più povera?

«Non sarebbe esistita, sarebbe sotto la soglia della povertà. Come dice giustamente Umberto Eco, i libri mi hanno permesso di vivere delle esistenze che non avrei neanche avuto la possibilità di concepire».



Lei non sembra una persona nostalgica. Però la sua memoria appare fresca e precisa in queste tessere narrative. Che rapporto ha con il passato e più precisamente con il racconto del passato?

«Il mio rapporto con il passato è un filo continuo, non ho interruzioni con il passato, e il mio passato è ancora più presente quando narro».



La sua passione di narratore quanto ha a che fare con figure della sua infanzia come Minicu, quel tipo di raccontatore istintivo che, senza aver letto un solo libro, sembrava essere più fantasioso di tutti gli scrittori del mondo?

«Moltissimo, perché, vede, questi pescatori, questi contadini che nel novantanove per cento dei casi non sapevano né leggere né scrivere avevano una grandissima capacità di narrazione orale che veniva dalla tradizione dei cantastorie. Non esisteva il cinema, non c'era la televisione, la radio, i libri. I contadini alla fine della giornata di lavoro, o durante le pause, si radunavano e ce n'era sempre uno che raccontava storie. Storie anche epiche che derivavano dalla tradizione dei paladini di Francia ed io con queste sono cresciuto».

Sabato 21 Novembre 2015 - Ultimo aggiornamento: 20-11-2015 19:30

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