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Claudio Magris, nel nuovo romanzo "Non luogo a procedere" un museo per condannare la guerra

Claudio Magris, nel nuovo romanzo "Non luogo a procedere" un museo contro la guerra

Comprava e vendeva sottomarini usati, collezionava armi, cannoni, aerei , divise militari, archiviava oggetti, documenti, classici dei teorici militari per allestire a Trieste un Museo della Guerra. Ma non perché ne amasse gli orrori, ma come potente monito a rifiutarla, sulla spinta forse di un’antica emozione di bambino: quella che gli aveva aperto la mente sulla necessità di eliminarla in ogni modo vedendo “i soldatini di cartapesta finiti a consumarsi nell’acqua” .

Al suo ideale aveva sacrificato tutto, carriera averi salute, il benessere della famiglia, la stessa vita conclusa nel misterioso incendio del suo bazar –capannone di sciabole, giberne , carri armati, lanciamissili.

Sull’idea – ossessione di questo personaggio realmente esistito (si chiamava Diego de Henriquez, il rogo avvenne nel 1974 ), Claudio Magris ha costruito un potente e polifonico romanzo su ossessioni di guerra, storie di amore e di orrore, di infamie cancellate come se non fossero mai accadute dove prende a pugni la Storia, “discarica di rifiuti”, “ elettroshock, per questo siamo diventato tutti pazzi” “crosta di sangue, grattarla è ormai impossibile” “raschiamento della coscienza e soprattutto della coscienza di ciò che sparisce”, all’occasione anche “una buona manicure” che tutto lima, restaura, cancella. Un libro, “Non luogo a procedere” (Garzanti), fortemente unitario e insieme labirintico, con una struttura a strappi continui, come in una collana che, su un filo unico, allinea i singoli pezzi, sbozzati non in modo omogeneo.

Quel filo è rappresentato dalla giovane donna che, dopo la morte di quell’“imbarazzante maniaco o arcangelo della giustizia e anche della vendetta” che fu de Henriquez, è incaricata di riprogettare il suo Museo. Deve risistemare in un ordine classificatorio ciò che è restato, reperti e documenti vari, lettere o frammenti di lettere, lacerti di un diario rivelatore che egli aveva lasciato.

Al centro l’unico campo nazista in Italia, la Risiera di San Sabba dove i tedeschi avevano eliminato qualche migliaio di persone nel silenzio generale protrattosi dopo la fine della guerra, quando fu amputato dal “cervello della città un suo bel pezzo": appunto la stessa memoria della Risiera, con la rete di delatori, opportunisti, voltagabbana, complici del genocidio.

Il museo da costruire diventa una specie di catalogo che si va scrivendo con forza, con rabbia e indignazione, con passione e compassione. La scansione delle sale mescola e racconta l'epos travolgente di silenzi e tragedie, amore e orrore di un'orribile verità cancellata e di altre guerre, quella tabe diffusa in ogni tempo e in ogni paese che Magris, nel precedente romanzo “Alla cieca”, aveva rappresentato con le tante violenze del secolo scorso, conflitti genocidi lager, nazisti e comunisti.

Ogni sala ha il suo segna pagina, un mosaico di lunghe o più rapide narrazioni, veri romanzi in pillole, storie e digressioni sul tema, lancinanti memorie non solo locali che si spostano come carta ogni volta raschiata “per scrivervi sopra, sempre la stessa storia ma soprapposta a quella precedente, una scrittura che ne copre altre con correzioni difficilmente leggibili ma che non le cancellano”. Dalla Praga sanguinante e sanguinaria dell’occupazione nazista alla strage di Lidice voluta da Hitler per rappresaglia, alla Trieste dell’insurrezione dove don Marzani, scampato da San Sabba, fa suonare le campane della città e dove alla vigilia della fine della guerra, al Castello di Miramare, si festeggia il compleanno di Fuhrer.

Una sulfurea danza sull’orlo dell’abisso, straordinaria messa in scena, grottesca e visionaria, di un grande narratore nel cuore di ciò che è il suo perturbante, ciò di cui non si può ancora non scrivere con dolore, violenza immaginifica, feroce e spietata rappresentazione, allucinato sarcasmo.


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Lunedì 12 Ottobre 2015 - Ultimo aggiornamento: 12:36

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