“Eravamo ebrei”, dopo 70 anni Alberto Mieli racconta gli orrori della deportazione ad Auschwitz
Una forte stretta di mano tra chi l’Olocausto l’ha vissuto, riuscendo a sopravvivere, e chi, da figlio, ha voluto ricordare il padre che ha perso la vita durante la "marcia della morte". A tendere la mano per primo è stato il rabbino Roberto della Rocca, per ringraziare Alberto Mieli delle parole spese nel dare conforto a suo padre durante la deportazione ad Auschwitz.
 



Un momento applaudito e onorato, con il rispetto che merita un patto di amicizia di tale portata, dalla platea del MAXXI di via Guido Reni a Roma dove è stato presentato “Eravamo ebrei. Questa era la nostra unica colpa”. Un libro edito da Marsilio e scritto a quattro mani da Alberto Mieli, uno degli ultimi deportati romani ad Auschwitz ancora in vita, e da sua nipote Ester, scrittrice e giornalista. Pagine che raccontano l’Olocausto 70 anni dopo, per non dimenticare. E una presentazione che anticipa la Giornata della Memoria del 27 gennaio, e che coincide con la visita a Roma del presidente iraniano Rouhani.

Una presenza chiamata in causa dal moderatore dell’incontro, Riccardo Pacifici, per riflettere sul significato della commemorazione delle vittime della Shoah, «affinché non diventi solo un atto ritualistico», auspicando un Paese (il nostro) «in cui non ci sia spazio per i negazionisti, anche se ci sono di mezzo dei grandi affari», ha detto Pacifici. Con il peso dei ricordi della persecuzione e dell’abominio vissuto nei campi della morte, Alberto Mieli ha voluto condividere per un’altra volta la sua testimonianza di sopravvissuto, tornando a parlare dello sterminio degli ebrei nei lager nazisti. E da nonno, anzi bisnonno, ha voluto dare dei consigli ai giovani che incontra nelle scuole: «Il primo: non portare mai con sé né odio né vendetta né rancori; il secondo: non dare mai dispiacere ai genitori, perché per voi fanno sacrifici; ancora, non ascoltare mai i compagni balordi che potrebbero spingervi sulla cattiva strada; quarto: il più importante dei consigli, è quello di salvaguardare la libertà, e difenderla più di ogni altra cosa. In nome della libertà sono morti tanti giovani», ricorda Mieli, che invita a rispettare soprattutto la libertà degli altri.

A presentare il volume con gli autori anche Mara Carfagna, portavoce di Forza Italia alla Camera dei Deputati, che ha ricordato Primo Levi quando scrisse “se comprendere è impossibile, conoscere è necessario, perché ciò che è accaduto, può ritornare” e ha ringraziato Alberto Mieli per lo sforzo immane compiuto nel raccontare in modo magistrale la brutalità subita, senza dimenticare di spiegare anche come la speranza possa salvare l’essere umano. Mara Carfagna, che si era già congratulata con Mieli in occasione della laurea Honoris causa ricevuta a Lecce poco tempo prima (quando era già vecchio, perché da bambino aveva dovuto interrompere gli studi per via delle leggi “razziste”, come lui stesso le definisce), è stata ferma nel condannare qualsiasi episodio, anche piccolo, di antisemitismo, invitando a contrastare ogni forma di indifferenza. E pubblicamente ha espresso «disappunto per uno Stato (l’Iran) in visita in Italia e che sta organizzando un concorso di vignette che deridono la Shoah».

Sinceramente commosso per aver potuto incontrare dal vivo chi quelle atrocità le ha vissute veramente, un altro ospite: Roberto Giachetti, vicepresidente della Camera e candidato alle primarie del centrosinistra per l'elezione del sindaco di Roma. Giachetti, che ha portato i figli ad Auschwitz, ha ricordato come spetti «a ciascuno di noi, nei piccoli comportamenti quotidiani, il non ricreare le condizioni che facciano ripetere quello che non avremmo mai immaginato» e ha ribadito che «Israele dovrebbe entrare in Europa, in un’Europa diversa, che dobbiamo costruire, perché questa è un’Europa che scappa dalle responsabilità». Da lettore, Giachetti ha ammesso di aver amato la parte conclusiva del libro, «come fosse la fine di un film che non ti aspetti, quando cioè la vendetta, anziché consumarsi, lascia il passo alle responsabilità, riconsegnate nelle mani di chi ha compiuto i crimini più atroci».

Al tavolo dei relatori, l’attuale rabbino capo della Comunità ebraica a Roma Riccardo Di Segni, che ha parlato di 
«una forza e di una ricchezza particolari in questo libro», cogliendone l’originalità della testimonianza. Fatta di ricordi condivisi solo in tarda età, che mostrano il disastro delle conseguenze delle leggi razziali.

Disastro che Alberto descrive con forza, raccontando la rovina della sua famiglia, la disperazione e la vergogna del padre, le disavventure di ragazzi espulsi dalla scuola e improvvisamente buttati per le strade a cercare mezzi di sopravvivenza. Ed era solo l’inizio della tragedia. Per questo, Di Segni, al titolo “Eravamo ebrei” aggiungerebbe la frase “e lo siamo ancora e di più”. Per questo, nella postfazione del libro, vuole dire grazie ad Alberto, per ciò che ha fatto durante e dopo per resistere, ricostruire, e dare consapevolezza. Grazie anche a Ester, che in segno di grande continuità ha aiutato il nonno a ordinare le sue memorie e a consegnarcele.

Pagine crude che portano a chiedersi come sia stato possibile sopravvivere agli orrori dei lager, dove Alberto Mieli ha visto «l’apice della cattiveria umana» e del quale porta un marchio indelebile: il numero 180060. Alberto Mieli non è mai voluto tornare ad Auschwitz, e sono passati anni prima che trovasse la forza per parlare. E prima che capisse che condividere il suo atroce passato era la giusta medicina per la sua anima, e un dono prezioso per gli altri. Per i giovani delle scuole che incontra di frequente, soprattutto, che hanno bisogno di memoria per costruire il loro futuro e che Mieli chiama “sentinelle”, ricordando loro che l’antisemitismo non è finito, cambia pelle e assume altre forme.

E infine, il
«grazie a nonno Alberto» arriva da Ester Mieli, orgogliosa perché non le ha mai insegnato ad odiare, nonostante tutto. Una nipote che ha conosciuto un Alberto "prima e dopo il libro", distante e taciturno, ma che oggi ringrazia per averle dato un’opportunità innanzitutto umana: «E’ stato un libro che mi ha aiutato a capire, ma non a giustificare, e questo lo voglio dire», spiega Ester, nipote di un uomo che ha visto l’inferno; che sente ancora (ce lo dicono i suoi silenzi) le grida delle madri a cui strappavano i figli dalle braccia prima di ammazzarli; e gli odori acri dei forni crematori dove sono morti milioni di ebrei. E’ importante allora non dimenticare, per non ripetere mai più queste atrocità: «Non dobbiamo ricordarci di quanto è accaduto, solo il Giorno della Memoria. Come diceva Primo Levi, occorre allenare i muscoli. Essere figli o nipoti di deportati ti lascia una cicatrice per sempre, che ti impone di lavorare, di fare qualcosa». Di scrivere per la memoria, ad esempio: Ester Mieli, romana, giornalista e scrittrice, crede che l’orrore della Shoah debba essere d’insegnamento affinché tragedie del genere non avvengano ancora. Ai suoi due figli ama ripetere: «Siate curiosi di verità perché l’indifferenza è un’arma più potente dell’odio». 








































 
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