Giulia Mafai racconta il nuovo libro e parla di Monicelli «ti inchiodava come l'etnologo con la farfalla»
Amici miei di Mario Monicelli, L'Inchiesta di Damiano Damiani, La Ciociara di Vittorio De Sica. Sono solo alcuni dei registi italiani con cui Giulia Mafai ha lavorato come scenografa o costumista. Sorella di Miriam Mafai, Giulia è la terza e ultima figlia della coppia di artisti italiani del XX secolo, il pittore Mario Mafai e la scultrice Antonietta Raphaël. Oltre ai trattati di storia e del costume da lei curati, di recente è uscito per Gangemi editore Ebrei sul Tevere. Mafai immagina di sedere a tavola con il nipote Elia, al quale consiglia prelibatezze della tradizione ebraica in una trattoria nel Ghetto di Roma e tra una portata e l'altra, gli racconta le vicende della plurimillenaria comunità romana. 

Come è nata l'idea di Ebrei sul Tevere?
«Sono la classica mezzo sangue, chi mi ha dato l'identità di ebrea al 100% sono stati il nazismo e il fascismo. Mi sono resa conto che molta gente ignora gran parte della storia degli ebrei: si passa da Mosé, l'Egitto e il Mar Rosso direttamente alla shoah. Allora ho pensato di raccontarlo. Ebrei sul Tevere non è propiamente un libro, ma più una ideale chiacchierata tra amici tra me e mio nipote, ultimo ramo della Mafai-Raphaël, una famiglia di migranti». 

I suoi genitori sono stati parte integrante del fermento culturale romano degli anni Quaranta.
«C'è una fotografia scattata da Helmut Newton quando era a Roma come soldato che lo conferma. Sono dentro il Caffé Greco e nello scatto ci sono Carlo Levi, Pericle Fazzini, Renzo Vespignani, Libero De Libero, Orson Welles con cui io ho fatto i provini per La Bibbia con Lea Padovani che era la sua amica dell'epoca, Orfeo Tamburi, Mario Mafai, Ennio Flaiano e Vitaliano Brancati». 

Monicelli, De Sica e Damiani. Quali le differenze tra i tre registi?
«Damiani era una roccia, parlava poco ma quando lo faceva stava al tecnico capire e intuire. Mario era il più intelligente e cattivo, ti inchiodava come l'etnologo con la farfalla. Con una sola parola ti poteva uccidere o innalzare. De Sica poi era ancora un altro tipo ancora di umanità. Tutti e tre parlavano poco». 

Il cinema oltre all'arte e alla cultura ha riempito la sua vita.
«Sono stata molto fortunata, ho lavorato con grandi registi, ma anche con quelli di serie B, quelli con cui realizzavi un western, poliziesco o una commedia musicale in sole tre settimane. Per esempio Mario Bava se aveva un problema tecnico, lo risolveva con un niente; come nella pellicola 5 bambole per la luna d'agosto con Ira von Fürstenberg, una sorta di 007 all'italiana».

Per esempio?
«Mi ricordo che per una scena da ambientare in una villa di miliardari Mario fece una panoramica su una fotografia di una villa. La panoramica finiva con uno zoom sulla finestra della foto e si creava l'illusione di entrare nella casa di una villa a Majorca. In realtà era l'appartamento di un mio amico». 

Qual è il segreto del suo lavoro?
«Lo scenografo e il costumista sono il terzo occhio del regista. Come su una nave: se sei un buon marinaio devi aiutare il comandante, non aspettare che ti dica lui di alzare le vele. Così con i grandi registi più che dialogo c'è intuito, collaborazione, intelligenza e rispetto».  
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