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Ishiguro: se l'amore vince l'oblio

Ishiguro: se l'amore vince l'oblio

"Ci sei ancora, Axl?". "Ci sono ancora, principessa”. Ne “II gigante sepolto", l’ultimo romanzo di Kazuo Ishiguro, appena uscito da Einaudi e presentato al Festivalletteratura di Mantova, una coppia affronta un viaggio per vincere la nebbia della dimenticanza e cercare il figlio che sa di aver avuto, ma ignora le cause della sua sparizione. Come un muro sottile e tenace, la foschia, vela l'Inghilterra dell'alto medioevo, sassoni e britanni coltivano una terra magra, si aggirano malvolentieri tra le misteriose vestigia dei romani, persino il nome di Artù pare già sbiadire. Sul cammino orchi e folletti violenti, un ragazzino misterioso, un guerriero di un regno lontano, un vecchio cavaliere donchisciottesco e suscettibile, tutti sulle tracce nientemeno che di un drago. Nonostante tanti prodigi e orrori, “Il gigante sepolto” non va considerato come un fantasy in senso tradizionale. Semmai, una conferma dell’assoluta libertà inventiva di cui Ishiguro ha fornito prova nei suoi ultimi romanzi.

Ishiguro: com’è arrivato al fantasy? O, almeno, a questa sua forma assai particolare del genere?
“Le storie sono macchine volanti che usano ogni elemento per sollevarsi o viaggiare. Chiamatele fantascienza o fantasy e farete un buco nell’acqua. Non ho mai creduto alla distinzione tra i generi, invenzione dell’industria editoriale, abbastanza recente e pericolosa. I generi stanno crollando, lettori e scrittori devono evitare di restarvi intrappolati. I lettori più giovani si muovono molto liberamente senza differenza tra ciò che è popolare e ciò che è finzione letteraria”.

In ogni caso la discussione sul genere, molto forte tra i primi critici e lettori quando il libro è uscito la primavera scorsa nel suo paese, ha tolto spazio alle fondamentali domande del romanzo imperniato sull'amare, sull'andare e sulla nebbia, cioè sulla memoria e sull’oblio, strettamente connessi?
“Più scrivo e più mi rendo conto di farlo per rappresentare e condividere le mie emozioni. Ma i sentimenti, quando sono autentici, non sono mai semplici. Confinano tra loro, a volte si confondono l’uno con l’altro. Dopo aver passato anni a scrivere storie con al centro un singolo individuo che fa di tutto per affrontare i lati bui della propria vita, mi sono chiesto se lo stesso processo si applica alle comunità”.

Ecco così il viaggio on-the-road tra draghi, giganti, folletti. Come i popoli ricordano, o dimenticano gli oscuri segreti? Che cosa pretende, o cancella, la memoria in una società, una coppia, un individuo?
.”Il gigante sepolto è come un racconto popolare. Non è solo una metafora di oggi né una messa in scena allegorica delle guerre nella ex Jugoslavia o in Ruanda. Esalta emozioni, anche violente in cui ognuno s’imbatte. La storia si proietta in un passato leggendario, una mentalità prescientifica di credenze fantasiose”.

Un mondo dove, per Axl e Beatrice, il meraviglioso o il mostruosofanno parte della routine quotidiana?
«I miei personaggi temono di essere sbranati da un orco così come quanto ciascuno di noi ha paura di essere investito da un’auto. I folletti e gli orchi sono accettabili e reali. Circolano le superstizioni precedenti l’età della ragione scientifica. Al fantasy sono arrivato così".

Nella sua rivisitazione arturiana c’è anche un antico cavaliere Galvano. Somiglia a John Wayne di “Sentieri selvaggi”, non crede?
“Avevo in mente una figura ben precisa, il vecchio cavaliere solitario che continua, nonostante tutto, a difendere i valori di un mondo ormai finito. È l’eroe al tramonto. E i miei guerrieri devono molto alla tradizione giapponese, alla Kurosawa. Parlano molto prima dei duelli che durano pochissimo, mentre nella tradizione occidentale durano ore”.

Per lui, come per ognuno ,esiste un gigante sepolto?
"Nel libro, mentre piove, i due protagonisti vanno sotto un albero. Quando finisce la pioggia alcune gocce cadono dalle foglie. Il nostro amore è così, dice lei ad Axl. Abbiamo perso la memoria, la pioggia è finita, ma l'acqua continua a bagnarci un poco. Crede che il loro legame sia fatto di gocce residue. Per sentire la pioggia, cioè l'amore, la coppia deve affrontare la tempesta, cioè la memoria perduta".

Si direbbe che l’intimità, la zona in ombra sia un ottimo punto di partenza per raccontare la grande storia confuso nel mito e nella leggenda?
“Britanni e sassoni, cristiani e pagani: sia pure leggendario, è un mondo di divisioni profonde e lacerazioni terribili. La memoria e l’oblio. Meglio ancora, la necessità di scegliere che cosa dimenticare e che cosa ricordare a ogni costo. Un’alternativa che ricorre spesso nelle famiglie e perfino nei matrimoni più duraturi. Si rischia di perdere la memoria, ma non si accetta di perdere se stessi”.

Dunque, i ricordi uniscono ma separano nello stesso tempo?
“A volte è meglio dimenticare per consentire all'amore di vivere. Però tutti, alla fine, hanno bisogno di consapevolezza per disseppellire i dolorosi ricordi. M'interessava confrontare i dilemmi di un vincolo personale con quelli di una nazione che si trova a volte nella condizione di cozzare con la parte più oscura della memoria collettiva”

Per fortuna c’’è un drago femmina e sembra risolvere tutto?
"I vuoti di memoria collettiva sono provocati dal suo alito avvolgente , da cui tutto dipende e su cui si concentra ogni sforzo. C’è chi lo vuole uccidere, chi è disposto a morire in sua difesa. Annientarlo o conservarlo? Con il fantasy si respira dentro il mito".

Intervista pubblicata sul Messaggero il 20 settembre 2015
 


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Giovedì 5 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 17:42

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