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Da Roma a Belgrado a Leopoli, i viaggi di Joseph Roth

Da Roma a Belgrado a Leopoli, i viaggi di Joseph Roth

Prima di rivelarsi pienamente da narratore con romanzi come “Fuga senza fine”, “La cripta dei cappuccini”, “La marcia di Radetzkj”, Joseph Roth lavorò come giornalista. Erano gli anni Venti che si dimostravano particolarmente adatti alle “incursioni nella realtà”, nella realtà di un’Europa lacerata dopo l’apocalisse della guerra, fatte da un “uomo d’onore anche senza indirizzo”, dappertutto “a casa, ma senza casa”, come si definiva lo scrittore.

Dal 1923 il ventinovenne Roth, che aveva lasciato Vienna e già viveva un’esistenza da nomade, scrivendo spesso sui tavolini traballanti dei bistrot, pubblicò per la Frankfurter Zeitung grandi reportages in giro per il continente, dall’Unione Sovietica all’Albania alla Jugoslavia alla Germania alla Polonia, all’Italia.

Il viaggio nel nostro Paese lo fece nel 1927 per raccontare la vita italiana nella morsa del fascismo, nuovo fenomeno politico europeo. I quattro scritti, pubblicati di recente da Castelvecchi («La quarta Italia»), restano un piccolo e finora sconosciuto capolavoro di letteratura di viaggio, rapido, preciso, lieve e inesorabilmente acuminato nel cogliere le idee, i gesti, le prosopopee, le propagande, tutto il grasso, l’osceno, il ridicolo, il patetico della montante macchina del consenso. Con l’indottrinamento pervasivo che non si ferma di fronte al ridicolo, anzi lo utilizza e lo rafforza, untuosa e inarrestabile seduzione che abbaglia, grazie anche alla figura «radiosa» di un capo di stato oratore accigliato e mascelluto tribuno, che guida con la coppola una macchina sportiva o scia dorso nudo. “Mai è esistito un uomo così fotografato. Mai la fotografia è stata una risorsa tanto importante per gli affari nazionali e mai una dittatura si compiace di un’autenticità maggiore”. Così commenta Roth che osserva l'importanza delle manifestazioni di massa e l'asservimento della stampa: "Si sviluppa una nuova specie di giornalisti, commentatori della dottrina e delle azioni fasciste: il giornalista noioso. Si aprano i giornali italiani! La loro caratteristica è la noia. Il fascismo si gloria di aver fatto piazza pulita della pornografia e delle esagerazioni sensazionalistiche. Per questo motivo ha introdotto l'ottimismo obbligato” . L’Italia impressa nelle straordinarie istantanee dello scrittore è un Paese che funziona benissimo «per sposini in viaggio di nozze ma non per giornalisti». Qui le spie portano sgargianti cravatte, i seguaci del regime sfoggiano frustini da cavallerizzo, la delazione è un pulviscolo che si diffonde silenziosamente:

Altre tappe delle escursioni giornalistiche l’Europa orientale, dalla Galizia all’Ucraina , la Polonia, la Serbia, l’Ungheria. Ora Passigli raccoglie questi dimenticati articoli (“Viaggi ai confini dell’Impero”), veri e propri racconti pieni di vita, passione, curiosità che sono come l’anello mancante di quella geografia sentimentale di Roth. Con le sue indimenticabili figure di un mondo appena tramontato, nel passato della nostalgia, dei ricordi seppiati d'epoca, e con i paesaggi e i territori trasformati dalla storia e dalla modernità incombente, nelle diverse realtà sociali e politiche, con l'opposizione tra città e campagna e la pluralità delle minoranze linguistiche ed etniche.

Sfilano le immagini della Galizia dove Roth era nato, con il suo peculiare splendore, “lo splendore triste degli oltraggiati”. Quelle della Polonia che “appartiene ancora a quei paesi dove la natura condiziona talmente la vita pubblica come se si trattasse dell’industria”. Ecco ritratti folgoranti di città che vanno cambiando pelle. Come Boryslav dove l’arrivo del petrolio crea una pittoresca rappresentazione “californiana” , un arrembaggio che sconvolge ogni classe sociale, con ferocia, furbizie, camuffamenti. O Leopoli in cui “la forma austera si attenua in quella popolare e degenera anche in disordine, in devastazione lenta, in confusione suicida”. O Lodz con l’eleganza delle donne “fanciulle ebree benestanti educate in collegi svizzeri e poi maritate a questi fantastici commercianti ebrei”. O Belgrado che sembra la perfetta messa in scena di un vaudeville dove “l’amministrazione è reazionaria e il popolo progressista, la polizia brutale le persone sono cordiali, negli uffici c’è corruzione, la popolazione è onesta, il governo piuttosto ingenuo, i governati sono astuti. Il re ha tendenze dittatoriali e il popolo inclinazioni democratiche”.

Tra le «figure» sfilano i piccoli personaggi della vita d’albergo che sarebbe diventata la vita stessa di Roth, gli oscuri colleghi in giornalismo, le ombre indaffarate che partecipano a un solenne ma effimero congresso. Profili che un giorno acquisiranno nomi e cognomi saranno Franz Tunda, il “disperso” di “Fuga senza fine”, Francesco Trotta della “Cripta dei cappuccini”, Andreas il clochard della leggenda del santo bevitore”, fedele al suo quieto inabissarsi, allo smarrimento di profeta senza patria, sopravvissuto in un mondo da lui non più riconosciuto, vero nomade della modernità. E ognuno a modo suo accuserà le devastazioni della contemporaneità dove sembra esserci sempre una legge che “trasforma tutte le confessioni in manifesti e tutte le lingue in slogan pubblicitari”. Dove gli uomini dormono nei loro letti “come una tomba”, si alzano, leggono un articolo di fondo, intingono un morbido cornetto nel caffè. Dove scompaiono l'unicità e la non riproducibilità dell'esperienza, la tecnica si può “impadronire di una materia leggendaria solo per trasformare in attualità verità eterne”. Dove ci sono i grammofoni “per riprodurre i tuoni della storia”, il film “per riprendere sia i bagni di sangue che le corse dei cavalli”. Dove infine, con il progresso dell'informazione, gli avvenimenti esistono solo in quanto “detti” dalla potente macchina che strappa il consenso dell'opinione pubblica.


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Domenica 16 Luglio 2017 - Ultimo aggiornamento: 17-07-2017 18:55

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