Le ore sotterranee di Delphine de Vigan,
traiettorie solitarie di due quarantenni
ROMA (26 luglio) - Un unico giorno, un giorno di maggio, nella vita di un uomo e di una donna che si muovono in una caotica e frenetica Parigi. Due quarantenni sconosciuti l’uno all’altra, inconsapevoli dell’esistenza l’una dell’altro, eppure uguali. Provano lo stesso senso di implacabile e insuperabile fragilità, si ripetono gli stessi disperanti pensieri: non ce la faccio, non posso più farcela. E sono simili a tantissimi altri, a quelle «traiettorie solitarie» in una città faticosa e feroce.



Ha una forte tensione e una dolente sensibilità Le ore sotterranee (Mondadori, 218 pagine, 19 euro, bella traduzione di Marco Bellini), secondo romanzo di Delphine de Vigan che con il libro d’esordio (Gli effetti secondari dei sogni, del 2007, pubblicato in venti paesi) ottenne successo di critica e di lettori, vincendo diversi premi letterari. Il racconto comincia quando ognuno dei due protagonisti ha già subito ferite, ha lottato, ha cercato di ricomporre le proprie macerie. E’ già accaduto anche l’evento estremo che li ha fatti cadere di nuovo e ora si sentono sull’orlo di un abisso in attesa di precipitare, ancora con il desiderio di essere salvati ma con lo strazio che non sia più possibile.



Mathilde, rimasta vedova con tre figli, si occupa di marketing in una multinazionale. Ha superato il dolore per la morte del marito («un’assenza a cui si è assuefatta, che non intralcia più il suo respiro»), ma ora «uno stronzo in abito a tre pezzi la sta distruggendo a fuoco lento». Il mobbing crudele da parte di un capo narcisista e presuntuoso invade ogni pensiero, inquina ogni emozione, devastando autostima, determinazione, energie fisiche e mentali, la sua stessa “essenza” di persona. Trascinata nella violenza di «una guerra assurda e invisibile, persa in partenza», si sente ormai sconfitta, peggio vergognosa per la resa, in un’azienda diventata «spazio totalitario, luogo di inganno, tradimento e mediocrità».



Thibauld fa il medico d’urgenza, gira per la città occupandosi di pazienti spesso vecchi, malati nel corpo, malati di ansia, solitudine e sconforto. Risucchiato da anni nella sofferenza degli altri, a cui non può offrire che cure e un po’ di attenzione, anche lui è annientato dalla disperazione per un amore che lo ha travolto e reso vulnerabile, «un amore in perdita, sempre con la netta sensazione che niente fosse afferrabile, niente si potesse trattenere». Anche lui si è arreso e ha lasciato la donna perché non si può costringere nessuno ad amarci.



L’autrice intreccia azioni e flussi di coscienza con una scrittura coinvolgente nella prosa scarna e serrata. Ci porta dentro squallide case o uffici lussuosi; ci provoca affanno con i rumori del traffico, l’incombere dei grattacieli, l’oppressione della folla, i dedali della metropolitana. Ci fa sprofondare nei sotterranei dei luoghi come delle anime. Ci fa sperare che s’incontrino quell’uomo e quella donna con l’identico bisogno di trovare qualcuno capace di amarli perché «conosce la vertigine, la paura, la gioia». Con un suspense ansiogena da thriller esistenziale trascina protagonisti e lettori verso il finale. Spiazzante, eppure l’unico possibile.