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Memorie di un Arcinapoletano, Treccagnoli torna nel cuore di Napoli

Memorie di un Arcinapoletano, Treccagnoli torna nel cuore di Napoli

In questi tempi di memoria smangiata è una benedizione avere un giornalista come Pietro Treccagnoli, capace di rimanere immerso nel presente tra un articolo, un libro, un blog e una nota su Facebook senza però staccarsi mai da ciò che è passato ma merita di essere ricordato. È un beneficio per il lettore e per Napoli, sempre al centro della sua ricerca, pure quella letteraria. Un arcinapoletano, appunto. Ed è preziosa la sua capacità di frequentare la cultura alta l'ha fatto di frequente, anche perché è passato per quasi tutti i settori del giornale senza perdere il gusto per la cultura popolare. Ha assimilato bene e presto la lezione di Pasolini, il quale disse che la tradizione muore solo se la si lascia ai tradizionalisti. Il suo legame ironico e azzeccoso con la città lo capisco bene, essendo stato pure io allevato in provincia e i cafoncielli come noi, si sa, vogliono bene a Napoli più dei napoletani.

Trec è arrivato al Mattino nel 1981, quand'io frequentavo le gabbie vetrate di via Chiatamone da quasi vent'anni. È stato subito investito dal ciclone delle tecnologie nuove e ne ha sopportato ottimamente la spinta furiosa. Basterebbe a dimostrarlo il fatto che questo libro nasca da un blog. È l'indicazione di una coesistenza possibile tra due mondi, quello profumato della carta stampata e quello inodore del web. Il suggerimento però è valido solo se si ha la consapevolezza piena del valore degli strumenti usati. E Pietro sa bene che il Mattino è più di un secolo di storia di Napoli, è un patrimonio comune. C'è una specie di arguta doppiezza, di una traccia di sospensione tra due richiami e due tempi, negli scritti di Trec. Prendi ad esempio le pagine (la parola m'è scappata) sul presepe. Confessa di aver preferito a lungo il comodo richiamo dell'albero a quello indigeno dello scoglio di sughero. Ma poi si è innamorato di Benino attenti: da Beniamino non da Benedetto il pastore che non dorme ma sogna. Sogna uno stomaco appagato, il suo paradiso. Da allora ha approfondito la materia, al punto da consigliare l'acquisto del pastore detto La Zingara, ovvero Stefania, amica della Madonna e gelosa per la nascita di Gesù, non avendo figli. Fasciò allora un sasso e si presentò, cullandolo tra le braccia, a Maria che sorrise e le garantì che avrebbe avuto un figlio il giorno dopo, appunto Santo Stefano.

Delle scelte fa questione di sostanza, il Trec. Scrive che «il napoletano è un dialetto e non una lingua», pur sapendo che il secondo attributo spetta alle città che sono state capitali di uno Stato, e Napoli lo fu. Gli preme di più far capire che non è mai il caso di perdersi in baruffe formali, bensì è d'obbligo restare nel nocciolo delle cose. È utile, piuttosto studiare i tanti modi di descrivere la pioggia, come il raro pellecheia, per descrivere uno schizzechiare placido, senza rimbalzi d'acqua. La curiosità per la cronaca, la necessità di «postare» giorno per giorno, non dirotta l'attenzione di Pietro da scenari e argomenti più vasti. Tipo: «La camorra a Napoli fa da assistente a una borghesia assente, malata, assistita e legata quasi esclusivamente alle rendite immobiliari». I camorristi diventano invece imprenditori investendo poi «il danaro incassato con il sangue altrui e con la loro fetente e infame criminalità». Non risparmia chi salva i quartieri del centro per addossare tutte le colpe ai margini della città; «Napoli è centro e periferia, contemporaneamente». La dolcezza avvertita per Napoli non attenua la denuncia di quanto non funziona. Trec adopera una parola per identificare i guai: è zella, calvizie. A noi del Mattino quel termine deriva da un mantra di Riccardo Cassero, il più fedele dei ragazzi di Gino Palumbo. Riccardo ripeteva: «Attiente, ccà 'o meglio meglio tene 'a zella». Come Napoli.

È bello e onesto il ricordo di Giancarlo Siani, il collega ucciso dalla camorra, con alcune righe folgoranti. Nella folla che si radunò, ai funerali, davanti alla chiesa di via Girolamo Santacroce, un'anziana chiese chi era il morto. Le risposero: «Signò, è chillo giornalaio c'hanno acciso». Commento: «Neanche da morto c'è riuscito», neppure adesso ha ottenuto il tesserino che lo qualificava giornalista. La scrittura fatta bene consente perfino di infilare, in mezzo a fatti e ragionamenti essenziali, generi raffinati come l'aforisma e l'acrobazia di parole. Trec ne è appassionato. Una piccola antologia. «Avrò perso un sacco di treni nella vita, ma per fortuna, aspettando in stazione, ho conosciuto tante persone meravigliose». «Non è più un Lumgomare, è un Lungomai» a proposito di via Caracciolo riformata dal sindaco de Magistris. «A Napoli si sfratta la biblioteca dell'Istituto per gli Studi Filosofici e si auspica l'apertura di un quartiere a luci rosse. Non ci meravigliamo, allora, se la città va a puttane». «Scampia nel napoletano rurale, antico, sta per campo non coltivato, abbandonato».

Le ultime righe di «L'Arcinapoletano», sono dedicate alla pizza al gorgonzola, «un agguato gastronomico al palato». Può valere come metafora conclusiva per i napoletani e per lo Stato, che trovano ostinatamente il modo di rovinare quella meraviglia che è Napoli. A furia di metterci solo pezze, la zella si è allargata troppo. Proprio come si sta allargando lo spacco fra gli italiani e le edicole. Ma il modo di difendere i patrimoni senza svenderli esiste, se si trova il bilanciamento giusto con il web, se si combatte sulle due sponde, proprio come quando il Piave mormorava calmo e placido. Pietro resiste. Provaci ancora, Trec.
 


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Venerdì 15 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 18-12-2017 15:15

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