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Premio Strega, ecco i cinque finalisti

I cinque finalisti dello Strega (Toiati)

I romanzi dei cinque finalisti del Premio Strega

Paolo Cognetti. La montagna luogo dell’anima ("Le otto montagne", Einaudi, 198 pagine, 18,50 euro)
Il padre, la madre, il figlio, l’amico-fratello, la natura, la nascita, la morte: quello di Paolo Cognetti è un romanzo di formazione, con la storia di un ragazzo che diventa uomo, di una grande amicizia tra Pietro con la sua famiglia di amanti della montagna e Bruno, il montanaro incapace di immaginarsi altrove se non lì, inseguendo i propri sogni fra la natura incontaminata. Un romanzo di avventure, come dice il suo autore: due amici e tutto “un salire e scendere, partire, tornare, ripartire”. Un romanzo sulla montagna (un po’ Rigoni Stern, un po’ Corona, un po’ Krakauer) con i suoi paesaggi, i suoi odori, i suoi sapori, la sua decadenza con gli abitanti che la abbandonano per l’impossibilità di sopravvivere con gli antichi mestieri. E anche un romanzo sul padre, sul dialogo che non s’interrompe neppure con la sua scomparsa. E sulla ricerca di sé attraverso le continue partenze e i frequenti ritorni a “un luogo dell’anima”.

Teresa Ciabatti. Rabbia e pietà in famiglia ("La più amata", Mondadori, 156 pagine, 16 euro)
Lo rapiscono una mattina di sole sotto gli occhi della moglie e dei due figli. Lui il Professore,primario chirurgo, massone, carrierista, forse golpista, prepotente e dissipatore. La figlia prediletta, Teresa Ciabatti, è la voce narrante (“egoista, superficiale, asociale, qualcosa nella mia è andato storto, incapace di coltivare amore, di costruire rapporti di fiducia”) che racconta i fatti di famiglia e la non infanzia non proprio felice di principessina di un “inesistente principato della Maremma”. E racconta la Teresa bambina bella e coccolata che è diventata una ragazzina fiera e arrogante , indisponente e disarmante, come “una confessione recitata in falsetto, quasi regredita,e perciò paradossalmente autentica”, dice bene Filippo La Porta. Una storia di famiglia, una famiglia assai particolare e insieme anche assai idealtipica; e si snoda quasi come un piccolo giallo che, con la sua scrittura nitida dalle accensioni anche liriche, costruisce lo sguardo di rabbia e di pietà che la attraversa, la illumina, e se ne distanzia dolorosamente

Wanda Marasco. Una saga di illusioni perdute ("La compagnia delle anime finte", Neri Pozza, 222 pagine 16,50 euro)
Una saga familiare dal dopoguerra a oggi e anche un labirinto di storie, una dentro l’altra dove corpi e fantasmi sono della stessa sostanza. La misera infanzia, l’incontro con il padre, l’attività di usuraia. Una figlia parla davanti al corpo della madre. Attraverso la sua voce, ne racconta il dolore che le ha unite da sempre. Una storia di paure, violenze amori spezzati, illusioni perdute, esistenze malinconiche, tenerezze inattese, vicoli oscuri e umidi di violenza picaresca. La scommessa di Wanda Marasco è tutta nella sua corda visionaria e neobarocca che si affida a una lingua pastosa e brutale, quasi carnale con gli inserti “partenopei” da cui sono rimodellati i suoni e le frasi.

Alberto Rollo. Milano, il sentimento di una città ("Un’educazione milanese", Manni, 314 pagine, 16 euro)
Il conflitto e la ribellione alla generazione dei padri, la passione del cinema e le sperimentazioni del teatro, il movimento e la violenza di matrice politica da dentro e fuori. C’è la Milano attonita dopo la strage di Piazza Fontana (con il padre di Rollo che canta, dignitoso e fiero “Bandiera rossa”, il pugno chiuso e alto nel cielo) e quella che s’identifica nella dizione “Milano da bere”. Memoir, ma anche documento d’epoca e un po’ romanzo di formazione, “Una educazione milanese” è in realtà un lungo e fluente racconto autobiografico ma dentro “Il sentimento di una città che diventa luogo indentitario e fondale storico di un'epoca e di una generazione”.

Matteo Nucci. Il mito nella città invisibile ("È giusto obbedire alla notte", Ponte alle Grazie, 360 pagine, 18 euro)
Una zona degradata, un’ultima frontiera fuori dei confini urbani, una comunità di zingari, prostitute, derelitti, tutti invisibili ed estranei alla città che si muove nel girone di sopra. Lì va a vivere il “dottore” che visita, cura, compra le medicine, guarisce. Non è un medico, ma un uomo assediato dal dolore che, in quei luoghi residuali, cerca di ricostruire il suo passato per affrontare un possibile futuro. Un “descensus” nel cuore della notte, un viaggio attraverso le tenebre che Matteo Nucci modula in un romanzo complesso e fin troppo ambizioso, ossessivamente segnato dalla possibilità di vivere una realtà parallela e fantastica in cui, nella storia/apologo del medico-archeologo, si può nascondere l’energia sotterranea dell’archetipo e del mito, affiorata tra le chiatte del Tevere.


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Giovedì 15 Giugno 2017 - Ultimo aggiornamento: 19-06-2017 00:11

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