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“La promessa della notte” di Renato Minore: intervista alla Poesia italiana del Novecento

“La promessa della notte” di Renato Minore: intervista alla Poesia italiana del Novecento

Che brutta fine, la poesia. Nessuno lo dice apertamente ma tutti lo pensano: la poesia č ormai ritenuta una forma artistica caduta in disgrazia, tutt’al piů una nobile chincaglieria sul ripiano degli oggetti letterari naďf. Ma sarĂ  poi vero che abbiamo fatto bene a liberarcene? E se invece tra qualche anno ci rendessimo conto di aver iniziato da mutilati questi anni zero?



Può aiutarci a capire il libro grimaldello “La promessa della notte” di Renato Minore (Donzelli, pag. 226, 25,00 €), dove il noto critico usa la bonne distance- ciò che gli consente di evitare sia l’aneddoto sia la tassonomia– per interrogare i maggiori poeti del nostro novecento. Tant’è che l’impressione alla fine è che la conversazione si elevi al di sopra dei singoli autori, e riguardi piĂą globalmente la stessa Poesia (qui vista come un mitologico mostro a piĂą teste, una Chimera o un Cerbero).



Ecco allora uno stralcio del libro di Minore montato liberamente come un’intervista polifonica quanto impossibile.



Ma un poeta è in qualche maniera consapevole di ciò che scrive?

Forse è vero che oggi per il Poeta, al posto della Musa, c’è il subconscio. C’è un filo di vissuto che tiene insieme il testo: una poesia mia che non contenga nĂ© un bicchiere nĂ© una stringa mi mette in sospetto. [Giorgio Caproni]



Che cosa risponde a chi l’accusa di voler scrivere difficile?

Io sono dell’idea che non bisogna concedere tregua al lettore. [Franco Fortini]



Niente televisione, allora? Molti suoi colleghi la chiedono.

Io ci vado pochissimo. Ti usano, sei sempre usato. Meglio stare a casa. Non voglio nessuna corona di alloro. Non ci faccio niente. L’alloro si mette nel fegato trifolato, è un ingrediente da cucina. [Giovanni Giudici]



Lei rivendica al poeta una spinta incessante allo spirito di ricerca. Senza questo non c’è poesia?

E’ l’idea di reinventare continuamente il linguaggio, di esplorarlo in maniera ogni volta nuova, stupita. Michelstaedter scrive che abituarsi a una parola è come prendere un vizio. [Alfredo Giuliani]



In cosa la poesia è utile all’uomo? Pensa di aver giovato a qualcuno con i suoi versi?

Il poeta è un diagnostico. Uno che, con lo sguardo improvviso, può cogliere la sostanza dubbia che sfugge agli altri. [Mario Luzi]



Scrivere poesie è un’esperienza privilegiata di libertĂ ?

Il terreno della poesia è quello della follia, la follia salva veramente la vita. La poesia è libertà. Non rinuncerei mai alla poesia, come non rinuncerei mai alla fede. [Alda Merini]



La poesia passa anche attraverso le letture pubbliche?

Io leggo pochissimo in pubblico. Mi fa troppo male. A Roma la pressione mi salì a duecento, davanti a me vedevo tutto confuso. Ma la poesia è nata molto prima del libro, il libro finirà, la poesia no. [Elio Pagliarani]



Qual è a suo giudizio il ruolo del poeta oggi?

Quello di stare immerso nel linguaggio. Da una parte d’interpretarlo, dall’altra di modificarlo. La poesia fa uscire dall’imposizione piatta del linguaggio dei mass media. [Antonio Porta]



Esistono ancora lampi del sociale, i segnali del politico?

Mi sono rassegnato a non cercare nella poesia rapporti che non si formino se non spontaneamente. Sì, la realtà mi preoccupa, mi appassiona, ma non mi riflette. [Giovanni Raboni]



Insomma, quali sono i segreti di fabbrica?

Certo, non posso fare una confessione diretta. E poi, come farla? Le cose vissute vengono distillate, ma non tutte. Anche perchĂ© la poesia non deve ripetere la vita, non ha senso. Il lavoro creativo di valore è quello che ha qualcosa di nuovo, d’inatteso. [Amelia Rosselli]



Mi sembra di scorgere un’oscillazione tra disperazione e speranza anche in questo suo ultimo ragionamento. Ma cosa può darci ancora la poesia, quali speranze può legittimare?

Può essere il vedere doppio degli ubriachi. Il Padreterno, quando gli si chiede il nome, risponde in maniera tautologica: “Io sono colui che sono”. Siamo dentro a questa corrente che ci ha portati fin qui, e non siamo tutta la corrente. La poesia continua a dare il suo bip-bip che poco presume ma si sente non tacitabile. [Andrea Zanzotto]



(Twitter: @LuRicci74)


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Sabato 14 Giugno 2014 - Ultimo aggiornamento: 10:15

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