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Salvatore Satta, quattro lettere d'amore

Roma, 28 febbraio 1939

Laura carissima

Stamane, dopo poche ore di sonno, ho sentito l’improvviso richiamo alla vita, quel colpo di remo a me così familiare. Il Dio ignoto, col quale ciascuno naviga, ha mutato la rotta del mio destino, ma non ha cambiato sistema.

Nella desolazione dei mille alberghi dove ho giaciuto finora, egli è stato sempre presente al mio sonno, e mi ha sempre invidiato la morte, richiamandomi alla pena del vivere con bruschi risvegli; stanotte, come ieri, dopo le brevi giornate nelle quali mi era sembrato di essergli sfuggito di mano, rapidamente correndo sul greto del fiume, ho capito che egli ritorna, che sono sua preda, e non potrò mai saziarmi della pace degli uomini.

La mia vita ora non conosce più pena. Tu, come la nostra amica Biancaneve, hai cacciato i cattivi mostri dal bosco incantato. Per chiunque, questo avrebbe costituito il termine di un cammino, quello che è precluso a ogni sguardo, il vissero felici e contenti delle buone novelle. Ed ecco che invece per me comincia proprio ora una vita nuova, una nuova esperienza, la mia vita in te: qualcosa che mi era del tutto ignoto, se non voglio risalire ai primi improvvisi affetti della fanciullezza, che non avevano però la lucida mirabile consapevolezza di questo.

Il giorno, coi suoi travagli, rende la mia vita simile a quella degli altri. Ma nella notte, quando gli altri dormono, e dorme con essi il loro dio sonnolento, quello che mi veglia e sorveglia mi scuote, e mi chiama al mio amore. Tutto è come prima. Una voce inesorabile, un sussulto, il gusto amaro dell'infinito silenzio. E subito sono in mezzo alla fiamma, alla luce abbagliante, che non dà un dolore ai miei occhi aperti e sbarrati, ma sento che mi consuma, perché nasce da me, dal legno che più arde quanto più è arido.

Trascorro così lunghe ore, in pensieri che nessuna parola potrà esprimere, fino a quando non comincia il risveglio del grande zoo, e gli umili rumori degli uomini mi dicono che è tempo ch’io torni al loro inevitabile mondo.



Genov, 3 marzo 1939

Laura, mia cara e dolce Laura,

è vero che i poeti di tutti i tempi hanno cantato l'Amore, come tu dici; ma io comincio a diffidare dei poeti. Se essi avessero provato quel che io e tu proviamo, credo che non avrebbero trovato parole per i loro canti. In me, almeno, le parole fanno groppo alla gola, come un tempo le lagrime, e mi chiudono tutto, e mi fanno anche soffrire. Te vicina, la parola si esprime nella lieve carezza, nello sguardo stupito: te lontana, è ad ora ad ora l'esaltazione e il collasso, muti entrambi, se pure di diverso silenzio. Muti, perché non so se sia un parlare questo infinito colloquio delle nostre anime, che per te ha sosta (fortunatamente) nel sonno, per me neanche allora, del tutto.



Genova 6 marzo 1939

Dunque, stamane levataccia. Lavoro un poco; poi prendo Karamazov e in treno a Genova- lettura-lezione-lettura di Laura (oh, mio cuore, pieno di aromi come un porcellino sardo contento della sua sorte… o come un morticino egizio avvolto nelle bende dalle dolci mani materne… (Visto che non mi permetti di citare, bisogna che inventi). Corsa alla facoltà di commercio, quindi telefonata al possibile padrone di casa con conseguente appuntamento alle 17, infine inserzione sul giornale di due sposi distantissimi! Come facevo a scrivere a Laura? Oh, rabbia inespressa. Ma ecco che trovo un minuto di tempo, e ti scrivo almeno per un saluto prima di tornare a Sori. Il cuore tuo e mio ha bisogno di questo.



Genova 15 marzo 1939

Cerco, seguendo il tuo consiglio, di analizzarmi, di ridurre alla concreta semplicità la mia angoscia, di trovare una causa. Tutto mi rimane oscuro, incomprensibile. Che sia una necessità, una fatalità dell'amore? O che sia, piuttosto, io inadatto all'Amore? Ricordo, quando eravamo nulla l'uno per l'altro, ma pure viva e profonda era la simpatia, l'amicizia, e tutto di te mi interessava, il pensiero ricorreva sovente a te, a te lontana e diversa, ed era sempre un pensiero sereno, gioioso, sicuro di sé, pur essendo io così triste. Perciò le mie rare lettere erano garrule e lievi, anche quando, mia cara, non avrebbero dovuto essere tali. Ora che tu sei lontana, ma non più diversa, ecco che il pensiero non ritorna, ma permane in te: e se è vero che mi dà gioie prima ignorate, dolcezze ed elevazioni incomparabili, anche mi dà smarrimenti inconsueti, abbattimenti e disperazioni.

Le lettere qui anticipate sono conservate nel Fondo Salvatore Satta del FASS (Fondo Autografi Scrittori Sardi Moderni e Contemporanei) presso la Biblioteca Interfacoltà degli Studi Umanistici dell’Università di Sassari


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Venerdì 5 Gennaio 2018 - Ultimo aggiornamento: 18:58

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