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Dalla Regina Vittoria a Mandela, da Mauro Bergamasco a Jonah Lomu: apre ad Artena il Museo del rugby invidiato dal resto del mondo

Leonardo da Vinci (studio per la Battaglia di Anghiari) e Mauro Bergamasco (Foto di Massimiliano Verdino dal libro Inside Rugby, Motta editore per Cariparma-Credit Agricole)

L'azzurro savoia della nazionale, prima di tutto: sbiadito (ma non meno orgoglioso) perché quella maglia della prima formazione dell'Italia del rugby ha compiuto 88 anni da quel match d'esordio a Barcellona contro la Spagna.

L'azzurro brillante della maglia di Mauro Bergamasco, 106 caps (convocazioni) e la più lunga carriera di sempre nella nazionale ovale: 16 stagioni e cinque mondiali, nemmeno fra gli epici assi anglosassoni e francesi del 4 e poi 5 e poi 6 Nazioni ce n'è qualcuno che abbia giocato più di lui nel trisecolare Championship.

L'azzurro d'emergenza di un paio di calze nate in realtà come maniche di una maglia della nazionale degli anni di vigilia del secondo conflitto mondiale. Venne la guerra, faceva freddo, bisogna autarchicamente arrangiarsi e la mamma di un rugbysta della nazionale impugnò le forbici e, a malincuore, tagliò la casacca di robusto cotone a filo delle spalle: le improvvisate calze vennero spedite al figlio al fronte.

L'azzurro del cielo sopra il tempio di Twickenham a Londra e sopra l'ardita cupola della Pinacoteca Agnelli di Torino: alfa e omega dei luoghi prestigiosi che hanno voluto ospitare i cimeli-gioiello del “Museo del Rugby, Fango e Sudore” che il 27 ottobre verrà inagurato nella nuova sede del settecentesco palazzo Traietti nel borgo bimillenario di Artena, mezz'ora d'auto a sud di Roma all'uscita di Valmontone dell'Autosole.


Giovanbattista Venditti e Mauro Bergamasco

Bisogna partire dalle maglie, in questo museo, perché il fondatore, Corrado Mattoccia, partito dalla periferia del periferico rugby italiano, è divenuto il punto di riferimento mondiale per il collezionismo delle casacche di Ovalia: una dopo l'altra ne he messo insieme una montagna. Milleseicento. Pezzi della preistoria di un'avventura iniziata a metà dell'Ottocento nella città inglese di Rugby e pezzi dell'attualità come le maglie dei tre volte campioni del mondo degli All Blacks. Una maglia dei primi “tutti neri” (1905) può valere 150mila euro, il massimo, ma non sono rare maglie “battute” a 50mila euro alle aste per cui vanno matti gli inglesi e gli ex colonials delle potenze rugbystiche dell'emisfero sud. Ad Artena non manca naturalmente una maglia del rugbysta più famoso di tutti, il compianto Jonah Lomu.

E capita che Mattoccia venga chiamato per decidere se una maglia è originale e non una “sola”. L'hanno invitato persino in Nuova Zelanda: insomma, laggiù i rugbysti azzurri rimediano solo batoste, mentre lui giganteggia con i pezzi rari del suo museo. Ma la massima soddisfazione, naturalmente, è relativa all'invito di esporre i cimeli ovali alla Pinacoteca Giovanni e Marella Agnelli di Torino che ama “contaminare” la galleria mozzafiato di capolavori dell'arte mondiale.


Corrado Mattoccia e l'azzurra Paola Zangirolami

Nata a Colleferro, la rassegna è cresciuta al punto da richiedere più spazio e così è arrivata la possibilità di spostarsi di pochi chilometri ad Artena, in una sede che farà stropicciare gli occhi ai visitatori che potranno ammirare, oltre alle maglie, altri 15mila oggetti (scarpe, cappelli con il fiocco, insomma i caps che indicano la convocazione nelle rappresentative nazionali, coppe, trofei, manifesti, francobolli, spille, libri – uh, quanti libri - e riviste) donati in gran parte dai rugbysti di ogni caratura e provenienza. Chi ama le vicende del rugby, chi lo vuole scoprire, chi lo vuole studiare dovrà passare da Artena. E chi ama le vicende del rugby ama le vicende del mondo, perché i soldati, i commercianti, gli insegnanti e i coloni dell'impero britannico hanno finito per coprirne ogni angolo portando con loro la palla ovale nelle bisacce. E poi, partendo dai cimeli del rugby in mostra ad Artena, emergono storie commoventi delle Guerre Mondiali oppure della lotta di Mandela per sconfiggere il mostro dell'apartheid.

Il Museo follemente allestito da Mattoccia e da un manipolo di appassionati, contribuisce poi a colmare quel vuoto di profondità storica e di spessore del movimento italiano che solo dal 2000, anno di ingresso degli azzurri nel Torneo delle Sei Nazioni, ha conosciuto un concreto boom di popolarità.

“Non mi sarei mai immaginato – dice Mattoccia – che saremmo arrivati a questo livello, ma è che è immenso il cuore del rugbysti e dei loro familiari che hanno donato maglie e altri oggetti. E sempre con l'orgoglio di contribuire a mettere una tessera di un mosaico emozionante”.

Tra i primi donatori di maglie e cimeli nonché fra i protagonisti della nascita della Fondazione che sostiene il Museo del Rugby, Fango e Sudore c'è lo stesso Mauro Bergamasco, la cui statua (di cera o di bronzo, fate voi) potrebbe in effetti essere esposta in ogni museo del rugby. Il profilo grintoso del 38enne ex giocatore padovano ha persino ispirato il fotografo Massimiliano Verdino che per il libro Inside Rugby (Motta editore per Cariparma-Credit Agricole) ha accostato un ritratto in bianco e nero del campione a uno studio di Leonardo da Vinci per la Battaglia di Anghiari: la somiglianza è impressionante. Insomma, probabilmente Mattoccia non potrà mai appendere un Leonardo in una delle sale del Museo, ma intanto può contare su un capolavoro che lo ricorda come BergaMauro.




Patrocinato da Federugby, Coni, Regione Lazio, Roma Città Metropolitana e dal Comune di Artena, premiato dal presidente della Repubblica Napolitano con una medaglia di bronzo, citato da Auckland a Sydney, da Tokio (già prevista la trasferta per i Mondiali del 2019) a Dublino e Città del Capo, il 27 ottobre alle 18 il Museo sarà battezzato dall'ex Mauro Bergamasco, dall'attuale azzurro Maxime Mbandà, dalle glorie della Roma (calcio, eh) Sabino Nela e Vincent Candelà, e dal campione olimpico di scherma, Michele Maffei.

 


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Giovedì 26 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 27-10-2017 18:26

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