Dipinti, sculture e armi antiche:
a Villa d'Este l'arte della caccia
ROMA - Daini e caprioli, spesso cinghiali, a volte addirittura orsi in fuga ansimanti inseguiti da mute di cani. Falconi che volteggiano nel cielo. E i fuochi dei servitori che stanano gli animali spingendoli verso i cavalieri armati, in attesa. Decine e decine di ettari di terra verde e lussureggiante, alberi, cascate, fiumi e stagni trasformati in un unico immenso parco giochi che evoca l’Eden ma che per gli animali braccati e in fuga si trasforma in un inferno di intere giornate di inseguimenti. Centinaia, anche migliaia di cavalieri e dame, servitori al seguito, abiti sfarzosi ricchi di piume e veli, cappelli e mantelli drappeggiati e cavalli dalle criniere pettinate e arricciate.



L’OSTENTAZIONE



Niente come la battuta di caccia principesca somigliava di più, nell’antichità, all’ostentazione di una ricchezza senza limiti, di un potere di vita e di morte valido anche in tempo di pace, dell’autocelebrazione di un’intera classe sociale. Ce lo racconta con una fastosa raccolta di dipinti e sculture provenienti dai musei pubblici romani tra cui Palazzo Corsini, Palazzo Venezia, Galleria Colonna e i Musei Capitolini, la mostra “Cacce principesche. L’arte venatoria nella prima età moderna” dal 17 maggio a Tivoli allestita nelle stanze affrescate a tema di Villa d’Este, sede perfetta per rievocare una tradizione nobiliare che la vide protagonista, sotto la guida del cardinale, mecenate e amante dell’arte Ippolito II d’Este, di cacce tanto principesche da raccogliere migliaia di ospiti e ricordate per la presenza di partecipanti illustri come Margherita de Medici, Scipione Gonzaga e i principi Sforza.

Non era un semplice passatempo ma un’arte complessa, con le sue regole e i suoi cerimoniali a rappresentare la stessa ragione d’essere di un’aristocrazia potente e ricchissima. La lunga preparazione, le ricchezze impiegate per ospitare migliaia di ospiti, l’organizzazione meticolosa degli spostamenti da una tenuta all’altra, la presenza di animali splendidi come cinghiali, daini o caprioli, e la lotta fra le corti d’Europa per accaparrarsi gli esemplari migliori di cani e cavalli appositamente addestrati, sono minuziosamente raccontati da lettere, registri spese e atti amministrativi conservati nell’archivio estense e studiati a fondo da Marina Cogotti, direttore di Villa d’Este, in occasione nel convegno che si è tenuto nel 2010 per le celebrazione del V centenario della nascita del cardinale Ippolito. «E dopo la mostra dello scorso anno dedicata all’arte del banchetto, stiamo lavorando a una terza esposizione per il prossimo anno che avrà come tema il paesaggio o il giardino tiburtino» spiega la Cogotti.



LEOPARDI COME PREDE



Che la caccia fosse il passatempo prediletto di Ippolito, figlio di Lucrezia Borgia, nipote di Cesare e esperto dell’arte venatoria imparata direttamente nello sfarzo delle corti francesi e della stessa Ferrara dove, secondo la tradizione, la caccia si praticava con i leopardi, lo testimoniano senza possibilità di equivoci proprio le carte. «Il primo atto di compravendita firmato da Ippolito non appena arrivato a Tivoli – spiega la Cogotti – fu proprio quello relativo ai terreni destinati alla sua personale riserva di caccia. Un’area immensa che includeva anche terreni lavorati dai contadini locali che ne vennero espropriati con la creazione di un vero e proprio muro di cinta».

Le oltre sessanta opere esposte nelle sale della villa in occasione della mostra promossa dalla Soprintendenza per i beni architettonici e paesaggistici del Lazio, testimoniano al meglio il grande potere evocativo che le scene di caccia seppero sempre rappresentare. «Dipinte e scolpite, le rappresentazioni delle arti venatorie sono figurate su arazzi e affreschi e, con l’avvento della stampa, riprodotte e diffuse in centinaia d’esemplari – spiega il curatore della mostra Francesco Solinas - verso la metà del Cinquecento, si afferma un’importante produzione di scene di caccia, un nuovo genere artistico che godrà di vasta fortuna sino all’Ottocento».

In mostra ovviamente le opere di Antonio Tempesta «massimo esegeta del genere venatorio ad affresco, su tela, su rame e su pietra» come spiega Solinas, ma anche dei fiamminghi Bril e Brueghel, e di coloro che raccolsero la loro eredità come Michelangelo Cerquozzi e Peter Boel. A completare la mostra una selezione di armi antiche, arrivate eccezionalmente per l’occasione dal Museo Stibbert di Firenze.
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