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Piero Gilardi e la sua “Natura” al Maxxi: dalle sculture-albero alle grotte dove calarsi

Piero Gilardi e la sua “Natura” al Maxxi: dalle sculture-albero alle grotte dove calarsi


«Gli artisti oggi dovrebbero costruire orti urbani o coltivare in modo biologico. Questa è la forma più innovativa per fare arte». Piero Gilardi, scultore attivo e attivista, padre dei Tappeti-Natura - opere che ricostruiscono in poliuretano espanso scorci di paesaggio - non ha dubbi: oggi l’arte deve andare oltre illustrazione e celebrazione della Natura. Deve crearla. Via tele e pennelli tradizionali, dunque, via scalpelli o materiali noti, largo a terra e semi per animare gli spazi urbani e portarli nelle città.

Al suo mondo di forme e colori, soprattutto, visioni, è dedicata la grande mostra monografica “Nature Forever. Piero Gilardi”, che a Roma, al MAXXI, fino al 15 ottobre, riunisce oltre sessanta opere a ricostruire la sua carriera dall’esordio negli anni Sessanta ad oggi, tra Tappeti-Natura appunto, installazioni interattive, opere “abitabili”, sculture-albero nelle quali entrare per farsi illuminare da un volo di lucciole-led, finte grotte nelle quali calarsi, costumi, animazioni politiche, senza dimenticare l’attività curatoriale e la nascita del PAV-Parco Arte Vivente di Torino. Basta un soffio, letteralmente, per entrare in questo universo.

È con un soffio, infatti, che si avvia l’installazione “Inverosimile”, che riproduce l’esperienza multisensoriale di una passeggiata in un vigneto all’alba, fino ad arrivare al suo incendio e alla “neve” che chiudeva la programmazione televisiva e qui si fa cenere da cui far rinascere energia, musica, danza. Presentata nel 1989 al Castello di Volpaia, poi a New York, Parigi e Lione, ora, dopo ventotto anni, “Inverosimile” è stata ricostruita per la prima volta in un museo italiano ed è stata scelta come cuore del percorso. Articolato in più “isole”, l’iter prende le mosse dall’Arte Abitabile e dai Vestiti-Natura, pensati per liberare le opere da concettualizzazioni respingenti.
«L’arte deve essere calata nel reale - dice Gilardi - Ci sono giovani artisti che lavorano sull’agricoltura bio e gli orti comunitari. Altri che si occupano di immigrati e accoglienza. L’impegno teorico, però, deve essere tradotto nella concretezza di azioni reali. Costruire orti urbani è un modo di mutare lo spazio cittadino e farlo vivere. È arte. E arte è anche il food sharing. Andare nei mercati a prendere frutta e verdura, portarli nei centri di accoglienza, distribuirli e poi magari avviare laboratori educativi».

Il percorso espositivo prosegue con la New Media Art, tra tronchi che riproducono suoni di giardini e scheletri di animali che si animano “a specchio”, seguendo i movimenti dell’osservatore. La tecnologia si fa così strumento di tutela e comunicazione della Natura. Non un linguaggio in opposizione, come vuole il luogo comune, ma un ausilio. All’avanguardia pure nelle soluzioni tecnologiche, però, a distanza di decenni Gilardi “boccia” il web, a suo dire responsabile di molte mancanze di oggi. «Vedo grandi chiacchiericci tra i giovani artisti e mi sembra manchino loro dei punti di riferimento, quello che potremmo definire un respiro storico. Il linguaggio dei social, organizzati su cliché, impedisce il dialogo che si stabilisce quando le persone si confrontano realmente. Così si guarda a forme e stili da ripetere. Basta pensare al graffitismo per rendersene conto. Quando è nato era una forma di ribellione, si voleva una sorta di ri-tribalizzazione della comunità. Oggi è diventata un’attività narcisistica, ripetitiva, autoreferenziale e questo è un grosso limite a livello artistico». Un problema culturale ma non solo.

«La comunicazione oggi è un dialogo tra sordi con maschere digitali. Occorrerebbe una regolamentazione dei media che tutelasse la libertà ma ponesse dei limiti. Attualmente ci sono pochissime norme politicamente definite e vediamo che danni ciò può comportare nella vita delle persone. Bisognerebbe tornare a internet come era alle origini, artigianale ma più paritaria». Inevitabile il rimando alla terza sezione della mostra, quella delle opere militanti - alcune inedite - pensate per la protesta in strada, fino ad arrivare al wall che mostra una manifestazione contro il nucleare a Caorso, nel 1987, i cui manifestanti indossano costumi realizzati dall’artista con i volti dei politici del tempo. Tutela della Natura, creazione di spazi per la socializzazione nelle città, costruzione di occasioni di dialogo, molti dei temi della sua ricerca e “battaglia” sono attuali ancora oggi, la società però, nei decenni, sembra aver fatto scelte opposte. «C’è stata la ristrutturazione del sistema commerciale del mercato dell’arte. Già negli anni Settanta sono state organizzate selezioni per premiare i giovani che rispondevano alle richieste del momento, ossia quanti realizzavano opere di moda. Così si sono diffusi molti cliché. Ai giovani le gallerie hanno chiesto sempre più spesso di creare opere piacevoli, capaci di assecondare il gusto del momento. Questo ha generato successi precoci, premiando molta mediocrità e dando l’illusione di poter diventare subito professionisti». 

Un sistema di “talent” ante litteram? «Quel sistema di valutazione oggi interessa anche altre arti, a partire dalla musica. Così si favoriscono i mediocri e si bruciano talenti. Il successo goduto presto diventa un ricatto. Ai giovani artisti le cui opere si vendevano bene le gallerie imponevano di ripetersi sempre uguali a se stessi, impedendo ogni forma di sperimentazione o evoluzione. Hanno provato a farlo anche con me. La mia galleria a Parigi, negli anni Settanta, voleva che facessi solo Tappeti-Natura. Allora ho deciso di allontanarmi dal mondo dell’arte. Ho lavorato con un’azienda di arredamento, poi mi sono occupato di arte-terapia. Sono stato fuori dal sistema per dieci anni, fino al 1980 circa». Poi, il rientro.  «Sono tornato per fare qualcosa di diverso. Noi esponenti dell’arte povera sostenevamo che l’arte dovesse essere calata nella realtà e che gli artisti dovessero rimboccarsi le maniche e lavorare. Ho scoperto la creatività collettiva, che non è riconosciuta dai canoni storici ufficiali ma ha una grande forza e un’importante funzione sociale ed esistenziale. L’arte è prefigurazione di un avvenire condiviso migliore. Di una nuova modalità di stare insieme e nella Natura».

Come accade al PAV di Torino. «Ho lavorato per creare il Parco Vivente, una struttura pubblica permanente che ospita artisti che approfondiscono il tema dell’ecologia come conoscenza globale, sviluppano agricolture biologiche, fondano comunità agricole, ideano alternative concrete al consumismo dilagante. Al Parco affido le mie energie perché le mie idee rimangano vive e siano dibattute tra i giovani di oggi e tra quelli di domani».  Intanto, il “parco”, artificiale ma non artificioso, si esplora al MAXXI, sotto un cielo di video-proiezioni, tra gracidii di rane e fruscii di vento, guardando a una politica lontana - seppure a pochi gradini di distanza - messa alla berlina in un coloratissimo carnevale di forme e colori, che fa teatro di diritti negati, proteste, problemi. Dietro al sorriso si nasconde il macigno della Crisi. Quel masso vuole essere domanda. La risposta forse è tra i vigneti. «Avvicinatevi - invita Gilardi - camminate tra gli alberi. Così le emozioni sono più forti. Si diventa parte della danza».






  
 
 


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Mercoledì 12 Aprile 2017 - Ultimo aggiornamento: 13-04-2017 18:59

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