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Street Art in mostra al Macro, quarant'anni di storia di un fenomeno

Opera di Lucamaleonte

Oggi viene definita e inglobata sotto il nome di «street art» ma è un linguaggio artistico che esiste da almeno quarant'anni, quando questa definizione non esisteva neppure. Gli artisti che in questa lunga storia si sono espressi fuori dai musei, sui muri dei palazzi, sulle sopraelevate e su qualunque elemento, nello spazio urbano, si prestasse a una pittura murale, entrano al museo MACRO di Roma per esporre le loro opere e raccontare l'evoluzione di un fenomeno che è sempre esistito in un limbo tra l'illecito e il lecito, tra il vandalismo e l'esperienza creativa a servizio della comunità.

La mostra «Cross the streets», aperta dal 7 maggio al primo ottobre nel museo progettato da Odile Decq, è stata ideata non solo per esporre e far conoscere questo sottobosco artistico che nell'ultimo decennio ha cominciato a trovare riconoscimento da parte delle istituzioni e del pubblico, ma anche per gettare le basi per la storicizzazione di un linguaggio artistico che, per la sua natura non convenzionale e controversa, è stato spesso tenuto in disparte rispetto alla produzione contemporanea. Un passo davvero memorabile per gli esponenti del writing, del
graffitismo, del muralismo, della street art: «La rivoluzione - ha detto il curatore Paulo Lucas von Vacano - avviene quando la strada entra nel museo e il museo si trasferisce nella strada». «Un dialogo che finalmente c'è ma che è mancato per troppo tempo», ha aggiunto Christian Omode, curatore della sezione dedicata al writing.

«Cross the streets» propone il fenomeno dell'arte urbana sotto diversi punti di vista. «Writing a Roma, 1979-2017» ospita una ricerca dedicata al rapporto speciale che lega Roma al writing fin dal dicembre 1979, quando la Galleria La Medusa ospitò la prima mostra di graffiti organizzata fuori dagli Stati Uniti. In questa sezione sono esposte per la prima volta, dopo essere state date per disperse per quasi quarant'anni, opere di Lee Quinones e Fab 5 Freddy, oltre ai lavori di artisti come Napal e Brus, Jon e Koma. La sezione «Street Art Stories» è dedicata alla nascita e dell'evoluzione del fenomeno della street art e ospita gli artisti WK Interact, Shepard Fairey aka Obey the Giant. Si prosegue, poi, con «Keith Haring Deleted», una testimonianza fotografica dell'intervento dell'artista
americano sul Palazzo delle Esposizioni nel 1984, successivamente «cancellato» in occasione dell'arrivo di
Gorbaciov. Altri lavori importanti sono i "site specific" di alcuni artisti simbolo del movimento, come Daim, Chaz
Bojourquez, Evol, Diamond, Lucamaleonte, JBRock. Tra le altre, sono esposte anche le opere di Mike Giant, Sten e Lex, Cope 2, Swoon, Microbo, Agostino Iacurci, Luca Mamone e i lavori pop surrealisti di Ray Caesar e Mark Ryden. «Non c'è differenza tra la strada e il museo - ha detto l'artista JBRock - ma essere qui, in questa mostra, è importante perché mi fa pensare a vent'anni fa, quando ho iniziato e quando tutte queste cose
erano viste come una forma di vita aliena».

La street art ha un'importante responsabilità, secondo Lucamaleonte: dopo aver completato il lavoro, «l'artista se ne
va e chi lo vive veramente tutti i giorni resta lì». Il suo compito è «valutare il peso che ha sul pubblico, essere delicati nel raccontare il proprio punto di vista e parlare lo stesso linguaggio di chi vive l'opera».


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Domenica 7 Maggio 2017 - Ultimo aggiornamento: 19:15

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