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David Bowie, la semiotica e il suo concept album più bello

David Bowie, la semiotica e il suo concept album più bello

Poche persone nella storia possono vantare di essere stati in grado di esprimersi attraverso non una, ma diverse arti contemporaneamente. Pochissimi sono coloro che in quelle arti sono riusciti anche ad eccellere. Ma chi, come David Bowie, è riuscito anche ad essere pionieristico abbattendo il confine fra le arti stesse e creandone di nuove, si può considerare un vero e proprio miracolo.

Pochi sanno che il Duca Bianco è già da diversi anni un caso di studio accademico. Paolo Peverini, professore di Semiotica alla Luiss, nel 2004 scrisse un libro, "Il videoclip", in cui un intero capitolo era dedicato al fenomeno Bowie. «Non fu solo un innovatore del videoclip, ma anche del concept album - spiega Peverini - "1.Outside" non è semplicemente un disco ma un'opera complessa, formata da un book con testi e immagini (di cui una delle parti scritte fu realizzata per mezzo di un software che rimescolò le parole casualmente, ndr) da un album di canzoni e da un videoclip, tre parti distinte ma assolutamente complementari, concepite per raccontare un'unica storia». In quel «dramma gotico», come lo definisce Peverini, che narrava la storia dell'efferato omicidio di Baby Grace e delle indagini del detective Nathan Adler, Bowie interpretava sette personaggi diversi. «Disperdeva parti della sua immagine in ognuno dei personaggi, dando loro un'identità propria ma al contempo prendendone le distanze», dice ancora Peverini. Lo stesso artista disse di aver voluto, in quel modo, distaccarsi dal suo lavoro. Solo che oggi, separare Bowie dalla sua arte, è più che mai difficile.

Quel ragazzo londinese era nato artista. Non è un caso, dicono in molti, che avesse quegli occhi tanto particolari, con una pupilla più grande dell'altra. E poco importa se quel segno distintivo fosse l'effetto di una rissa in cui rimase coinvolto ai tempi del liceo. Perché il Duca Bianco seppe trasformare la realtà in una maschera perfetta, a tal punto da diventare lui stesso un'opera d'arte, fino alla fine, con un'uscita di scena che, se non fosse tanto dolorosa da accettare, sarebbe da incorniciare come il capitolo conclusivo di uno show provato chissà quante volte. Una morte che, come ha anche sottolineato il suo produttore storico Tony Visconti, sembrerebbe studiata nei minimi particolari, talmente perfetta nelle tempistiche e nelle modalità da apparire come una finzione, come una delle tante maschere indossate da Bowie nell'arco della sua lunga carriera. 

Un album dai toni cupi del requiem, uscito nel giorno del suo compleanno, anticipato da due video inquietanti e profetici e dall'annuncio del ritiro irrevocabile dai concerti dal vivo. Poi, quarantotto ore più tardi, l'uscita di scena definitiva. Davvero non ci sarebbe da sorprendersi (e sono stati tanti i fan a scriverlo sui social network) se fra qualche giorno lo si vedesse tornare, come il "Lazarus" del suo ultimo videoclip. Così, come se nulla fosse, con la facilità con cui passava da Ziggy Stardust a Nathan Adler, restando sempre Bowie, il personaggio più incredibile che abbia mai interpretato. In quello che sarà ricordato come il suo concept album più bello.

andrea.andrei@ilmessaggero.it


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Lunedì 11 Gennaio 2016 - Ultimo aggiornamento: 23:07

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