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Negramaro al Messaggero Tv: «Volevamo chiudere, ora il disco è al top»

Negramaro al Messaggero Tv: «Volevamo chiudere, ora il disco è al top»


«Ho pianto per il successo. Giusto un anno fa stavamo per chiudere la nostra storia e ora il nostro disco è al numero uno»: sono lacrime di gioia, ovviamente, quelle di Giuliano Sangiorgi, frontman dei Negramaro, band nata e cresciuta come una comune e che, oggi, fa i conti con gli anni che passano. «Si avvicinano i quaranta e, alle spalle, ne abbiamo quasi venti di musica insieme. Ognuno di noi ha la sua vita, figli, mogli. Ma restiamo un'azienda a conduzione familiare, anche dopo aver deciso di lasciare Casa 69».

Vivevate praticamente in tribù, onestamente è una cosa da ragazzi.
«A un certo punto qualcuno ha deciso di finirla, di lasciare Parma e tornare in Puglia. Per me fu uno choc. Era un posto meraviglioso. Mauro Pagani passava con la Pfm e ci diceva: una cosa così sarebbe stato il nostro sogno. Poi, però, ho capito che anch'io avevo bisogno di avere una mia vita».
 

 


Le famiglie e le mogli nel rock, a volte, diventano un elemento divisivo. I Beatles insegnano.
«Noi non abbiamo una Yoko Ono. Ho chiesto io a Lavinia e a Irene, le mogli di Andrea e Ermanno, di lavorare per la band».

E la sua fidanzata, la sceneggiatrice Ilaria Macchia?
«A lei non gliene frega nulla, anche se ama la storia dei Negramaro e adora tutti. Prima di conoscermi, comunque, era una nostra fan».

Insomma, alla fine, dopo esservi mandati a quel paese, la vera porta in faccia l'avete sbattuta alla separazione e, per la band, il clima è da Amore che torni, come il titolo del vostro disco.
«Questa non è stata certo l'unica crisi che abbiamo avuto. Per esorcizzarla, abbiamo volutamente esagerato. Io sono scappato a New York, una città stupenda, dove ho sofferto una solitudine drammatica. In quei giorni c'era Trump che alzava i muri e io mi sono sentito un immigrato. Sono andato sul ponte di Brooklyn ascoltando Chet Baker e lì ho scritto Ci sto pensando da un po', che chiude l'album con una frase ripetuta: E' un nuovo inizio».
 


Proprio in quel pezzo la vocina della sua nipotina rende omaggio a De André, citando Le nuvole. E non è l'unico riferimento a Fabrizio: anche il titolo, Amore che torni, sa di De Andrè.
«Per la verità del possibile riferimento a Amore che vieni, amore che vai, me ne sono resoconto dopo. Alla canzone avevo cominciato a lavorare pensando alle emozioni che mi ha dato Fabrizio. Ed è accaduto prima della rottura, mentre cominciavo a scrivere un romanzo».

Che fine ha fatto il libro?
«E' allo stato di romanzo aperto. Non voglio scadenze. Dopo l'uscita di Lo spacciatore di carne, Einaudi avrebbe voluto che firmassi subito per un altro libro. Ma ho detto di no. La letteratura non è il mio campo, non voglio ghigliottine. Devo essere io a dire quando sono pronto».

Quanto ha pesato nella rottura la sua fascinazione per i cantautori e la frequentazione intensa di Paolo Fresu e della musica di Tenco, come ha fatto a Umbriajazz e, poi, al Tenco?
«La canzone d'autore è uno dei miei riferimenti profondi da sempre, anche se da bambino, tutti i pomeriggi alle 18, prendevo una racchetta da tennis, fingevo che fosse una chitarra, spegnevo le luci, mettevo sul giradischi Rattle and hum, e immaginavo di essere gli U2. Fresu continuerò a frequentarlo e alla canzone d'autore ci penserò sempre, e lo farò anche coi Negramaro».

Concerti negli stadi compresi?
«La scaletta è in costruzione: sarà frutto di un lavoro di ricucitura del passato col presente fatto di canzoni, come quelle di Amore che torni, realizzate pensando già al grande pubblico degli stadi. Comunque, dei classici da maneggiare, anche per pochi istanti, ci saranno sicuramente».

I Negramaro partiranno per il tour a giugno. Saranno a Roma all'Olimpico il 30. Il disco, uscito da dieci giorni, è composto da 11 canzoni dalle melodie semplici, con le chitarre che lasciano spazio all'elettronica sottilmente rock con molte divagazioni pop, qualche occhiata a quello che si sente in giro (l'accattivante brano d'apertura, primo singolo, Fino all'imbrunire), perfino un accenno di pizzica, il tutto con uno stile più asciutto, che si fa strada anche nella vocalità di Giuliano.
 


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Martedì 28 Novembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 04-12-2017 22:14

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