Palmira, i tesori distrutti dall'Isis "rinascono" grazie alla tecnologia italiana
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Un piccolo grande tesoro di Palmira salvato dall’Italia. Due busti funerari, di calcare alabastrino, di II e III secolo d.C., originari della Valle delle Tombe alle porte di Palmira, custoditi nel Museo dell’antica città, e trucidati dai guerriglieri dell’Isis che li hanno fratturati a colpi di piccone, poi gettati a terra nella follia di devastazione. Salvati in extremis nel 2016 quando sono stati ricoverati nel caveau della Banca centrale siriana di Damasco, rinascono ora a nuova vita nei laboratori dell’Istituto superiore per il restauro e la conservazione del Ministero per i Beni culturali, dove sono arrivati dopo un avventuroso e non poco rischioso viaggio. È in questi saloni del San Michele, sotto le mani di maestranze di prestigio e attrezzature all’avanguardia che i due busti feriti a morte vengono curati da un’équipe di quattro restauratori, un chimico, due geologi e un fotografo modellatore 3D, guidati da Gisella Capponi.

La follia dell’Isis. Si misura nella testa del personaggio maschile, vandalizzato da una picconata che ne ha lacerato metà volto. Ma il restauratore esperto di ricostruzioni in 3D è pronto a reintegrare la ferita con una speciale protesi frutto di una sofisticata stampa tridimensionale (polvere di nylon sinterizzata col laser) ingentilita da uno strato di stucco spesso un millimetro. «Senza fare un falso ingiustificato, ma nel rispetto totale del marmo originale», spiega il restauratore Antonio Iaccarino Edelson. «Una grande prova della qualità riconosciuta in tutto il mondo dei nostri istituti e dell’affidabilità acquistata dal nostro paese in questi decenni», commenta il ministro della Cultura Dario Franceschini. I due capolavori sono una rara testimonianza dell’aristocrazia dell’epopea leggendaria della regina Zenobia che nel 272 d.C. riuscì a conquistare un’indipendenza dall’impero romano, durata fino alla rivalsa di Aureliano (pensare che Hollywood celebrò la regina di Palmira con un film interpretato da Anita Eckberg). Protagonista di questa storia di archeologia, diplomazia italiana, avanguardia del restauro del Ministero per i Beni culturali, sono il busto di un uomo, scortato da scritte in greco e palmireno e quello di una donna, bellissima, con il velo che le copre la testa e i gioielli che le fermano il mantello sulla spalla.
 
 


Il viaggio. Per la prima volta hanno lasciato il caveau di Damasco (dove sono ormai ricoverati tutti i tesori di Palmira sopravvissuti e ancora feriti) grazie all’accordo tra la Direzione delle antichità di Damasco e l’Associazione Incontro di Civiltà, diretta da Francesco Rutelli, che ne ha curato il trasferimento sotto la cura di Frances Pinnock la studiosa della missione de La Sapienza a Ebla. Sono arrivati a Roma ai primi di ottobre scorso, per sfilare nella mostra al Colosseo «Rinascere dalle distruzioni, Ebla, Nimrub, Palmira». A fine mese torneranno a Damasco, custoditi al sicuro nei caveaux della Banca centrale siriana. Con la speranza, un giorno, di rivedere casa, a Palmira. «A mia memoria - racconta il presidente di Incontro di Civiltà, Francesco Rutelli - non esistono altri casi di sculture che escono da un teatro di guerra, vengono restaurate in un altro paese e poi restituite. Una piccola operazione miracolosa» con «tutto il sostegno del governo italiano».
 


La vicenda. Quando nel 2015 i funzionari del Museo archeologico di Palmira corsero a salvare i loro reperti dall’arrivo delle truppe dello Stato Islamico, dovettero infatti lasciare indietro le statue e i sarcofagi più grandi, così come i due busti provenienti dalla Valle delle tombe («dove ogni famiglia si faceva costruire torri o ipogei con anche 300 sepolture»), perché esposti «incastonati nelle pareti». quando la città è temporaneamente liberata, nella primavera 2016, gli studiosi tornano a salvarli. Come arrivano fino a Roma? «I funzionari di Damasco li mettono in una cassa, e via terra, con un camioncino, li portano fino alla frontiere di Beirut affrontando decine di posti di blocco e controlli, per depositarli all’ambasciata siriana di Beirut che è attiva - racconta la Pinnock - Noi funzionari italiani ci incontriamo all’ambasciata, prendiamo in carico le opere. Non sono mancate le tensioni. All’aeroporto ci sono stati problemi di procedure doganali. Il giorno dopo siamo riusciti a partire ma con due voli diversi. La cassa viaggiava da sola: l’aereo partiva subito il nostro e l’ansia è stata tanta». 
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