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Last day of June, quella fiaba in pixel che fa piangere davanti a una console

Last day of June, quella fiaba in pixel che fa piangere davanti a una console

Non è facile dare forma alle emozioni. Ancor meno disegnarle, colorarle, e meno ancora se per farlo si ha a disposizione non una tela ma uno schermo, e al posto del pennello un gamepad. Eppure ci sono riusciti i ragazzi di Ovosonico, casa di sviluppo di Varese capitanata da Massimo Guarini, con “Last day of June”, un'opera interattiva per PlayStation 4 e pc emozionante e poetica. Un'opera che è romantica nel senso più ampio del termine, senza però essere mai sdolcinata, ma che al contrario sa essere a tratti molto cruda a dispetto delle atmosfere sognanti delle ambientazioni, dipinte con i tratti, i toni e le sfumature tipiche di un quadro impressionista.



Per raccontare la struggente storia di Carl e June, giovani marito e moglie che vivono in un idilliaco paesino affacciato su un lago che ogni giorno riflette la luce del tramonto e la cui esistenza viene sconvolta per sempre da un incidente automobilistico, gli autori di Ovosonico (la cui officina creativa è proprio in una villa che domina il lago di Varese) hanno scelto di rappresentare i propri personaggi in maniera quasi stilizzata, facendoli interagire fra loro senza nemmeno una parola.



Ciò non vuol dire che i suoni in Last day of June non siano importanti, anzi. Il suono è una parte fondamentale dell'opera, a cominciare dalla musica, firmata da un grande artista come Steven Wilson, che ha messo a disposizione degli sviluppatori la sua intera discografia. Ed è proprio al videoclip di un suo brano, "Drive on", che sono ispirati la trama e i personaggi. Una musica che si rivela perfettamente azzeccata, proprio perché struggente e al tempo stesso mai mielosa e scontata. Una musica intramezzata tanto dai suoni dolci del vento, dei baci e dei sospiri, quanto dal rumore più terribile, quello dello schianto che spezzerà l'armonia e i sogni di Carl e June. Un rumore che si ripeterà spesso, e che ogni volta fa male come se fosse la prima. Perché ciò su cui si basa Last day of June è il dolore della perdita e la forza del ricordo, e ricordare è proprio ciò che Carl, rimasto solo e costretto su una sedia a rotelle, deve fare nel disperato tentativo di cambiare il corso degli eventi e riportare da lui la sua amata June. Perciò, attraverso i dipinti della ragazza (quello della pittura è uno dei leit motiv dell'opera), deve rivivere e rivivere ancora le ore precedenti all'incidente e giocare una vera e propria partita a carte con il destino.



E mentre il vortice della storia prende forma, mentre i tasselli si dispongono uno dietro l'altro, man mano che il vuoto si riempie, ci si ritrova in quel villaggio, la cui pace e serenità nascondono piccoli grandi drammi. Quel villaggio in cui tutti noi abbiamo abitato e in cui forse viviamo tuttora. Ci si ritrova con un sorriso stampato e le guance bagnate, perché in realtà la risposta alla domanda "cosa saresti disposto a fare per salvare chi ami?", che è il sottotitolo dell'opera, la conosciamo già.



Ci vuole anche un po' di coraggio, per mettere le mani su un titolo come Last day of June. Come accade quando si legge un romanzo, non solo si deve accettare che certi ricordi entrino indelebilmente nel nostro immaginario, ma soprattutto si deve correre un rischio: che quella storia ci racconti di noi stessi in un modo talmente profondo da non poter più evitare di fare i conti con la nostra parte più fragile. I romanzi più belli, si sa, sono così: ti seguono, ti accompagnano, e il loro percorso più importante inizia dopo l'ultima pagina. Last day of June non fa eccezione: ci sono immagini che restano nella mente, che non si cancellano, che si sedimentano e che tornano quando meno te lo aspetti. Ma non sono quelle, che pure durante la storia si ripetono ossessivamente, dell'incidente, del lutto, dell'oscurità e della solitudine. Sono invece quegli infiniti attimi di tenerezza, di amore, di emozione pura: la magia dolce e potente di un abbraccio, di una carezza, del rapporto umano. Le uniche cose che valga davvero la pena di ricordare. L'eredità più preziosa che possiamo lasciare.

andrea.andrei@ilmessaggero.it
Twitter: @andreaandrei85_


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Giovedì 14 Settembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 16-09-2017 21:27

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