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Addio a Gianni Boncompagni, ecco l'intervista di Marco Molendini per i suoi 80 anni

Addio a Gianni Boncompagni, ecco l'intervista di Marco Molendini per i suoi 80 anni

Il quasi ottuagenario è rassegnato: «Che ci posso fare?», domanda. Tanto per cominciare fa festa. Domenica prossima sono 80 tondi, tondi e per un cervello fino come il suo, che ha passato la vita a professare cinismo e prendere in giro se stesso e gli altri, è meglio prendere la situazione con leggerezza. Giocandoci su (tempo fa, salendo le scale faticose di un appartamento romano assieme con Renzo Arbore commentò ridendo: «Eh, si, si sente che non abbiamo più settant'anni»).
 

 


Gli amici sono convocati per domenica e invitati a mettersi in maschera. Dress code: Vaticano, omaggio alla
passione del festeggiato che passa le giornate fra Cappella Sistina e musei («sono una delle cose più spettacolari del mondo, ci dovrebbero andare tutti almeno una volta a settimana». Gianni sarà in bianco papalino, Raffaella Carrà nei panni della suora, gli altri a scelta preti, cardinali e dintorni. La richiesta di auguri è modesta, non cento di questi giorni: «Mi basta vivere altri ottant'anni come ho vissuto questi. Sarà dura, ma non si sa mai», dice l'aretino Gianni Boncompagni, una carriera densa e piena di ricordi: in Svezia da giovane emigrato, poi la radio con Bandiera gialla, Alto Gradimento, Chiamate Roma 3131, le decine di canzoni firmate (da Il mondo a Ragazzo triste, al Tuca tuca, a Rumore), la tv con Discoring, Pronto, Raffaella?, Non è la Rai, fino a Chiambretti c'è.

Gianni ci sono rimpianti?

«Non ho fatto cose memorabili, ma mi sono divertito molto. Per esempio con Non è la Rai. Era una cosa nuova.
Il programma migliore è stato Alto gradimento con Arbore, per l'epoca fu rivoluzionario».

Ha ancora voglia di fare tv?

«La televisione ormai è improponibile e infrequentabile, non mi divertirebbe. E' vecchia come il telefono con il
doppino e la cornetta. Chi lo usa oggi? E poi in Rai non conosco più nessuno. Quelli che conoscevo sono tutti morti».

Almeno la guarda?

«Vedo Sky e La7. I talk politici, Santoro. Il varietà non ne parliamo, è un disastro. Non riesco a ridere.
L'altra sera ho visto lo show di Sabina Guzzanti. Carina, è meglio di Pippo Franco. E la sorella Caterina è fortissima».

Non le piace Fiorello?

«E' bravo, per carità. Però ha fatto quattro puntate e basta con un budget che di questi tempi ci vanno avanti un anno».

Ha più scritto canzoni?

«E poi chi le canta? I dischi non si vendono, sono finiti. L'altro giorno volevo comprare dei cd da registrare. Il commesso mi ha guardato come uno del secolo scorso: non li vuole più nessuno. I ragazzi usano solo le chiavette. A casa, poi, ascolto tutto il giorno la grande musica, il più frivolo è Chopin. Non posso sentire le canzoni di Amici e dei talent».

Madonna però andrà a vederla allo stadio Olimpico...

«Ci andrei solo se fosse la vera Madonna, con il vestito bianco, la mantella azzurra e il serpente sotto i piedi.
Mi basterebbe anche una sola predica».

Nella sua carriera ha incontrato un sacco di persone. Cominciamo da Raffaella o da Arbore?

`«Ho conosciuto prima Raffaella. E la vedo sempre. Abitiamo fianco a fianco, anche al mare. E' stata la mia
fidanzata, ora è un'amica eterna, inossidabile».

E Renzo?

«Ci siamo sempre divertiti e non abbiamo mai litigato, neanche un accenno. Ci conosciamo da 50 anni: ci
incontrammo la prima volta da Canova, sotto la vecchia sede Rai del Babuino. Aspettavamo lì, tutti quanti.
C'era anche Baudo. Aspettavamo che succedesse qualcosa e non succedeva mai».

Ambra ha fatto una gran carriera.

«E' intelligente. Lo capii subito».

Però la teleguidava.

«Non era facile per lei, perché le dicevo cose irripetibili e facevo casino, quello era il divertimento. E lei rideva e reggeva bene il gioco».

Isabella Ferrari è impegnatissima.

«E' diventata un'intellettuale. Una variabile inaspettata. Quando arrivò era una ragazza di Piacenza
che forse non sapeva neppure leggere».

E Claudia Gerini?

«Viene spesso a trovarmi in piscina coi figli. E' una delle poche attrici che lavorano sempre. Capisce tutto».


Renato Zero?

«Era uno dei ragazzi di Bandiera gialla, dove c'erano anche Mita Medici e Barbara Palombelli. Gli feci
incidere il primo 45 giri, Non basta sai, scegliendo per l'occasione il nome d'arte di Renato Zero, che poi
suggerivo, per i dischi successivi poteva diventare Renato Uno, Renato Due...».

Quando era in Svezia lei ebbe modo di conoscere Salvatore Quasimodo, nei giorni in cui venne premiato con il Nobel.

«Venne 5 giorni prima e all'Istituto italiano di cultura mi chiesero di portarlo in giro per Stoccolma. Solo che
c'era poco da far vedere. Gli facevo vedere dei giardini. Ma era noiosissimo. Lui non parlava mai. Al quarto giorno il premio Nobel ruppe il silenzio, chiedendo: «Ragazzi, ma qua non si fotte mai?».

*intervista realizzata da Marco Molendini il 6 maggio 2012


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Domenica 16 Aprile 2017 - Ultimo aggiornamento: 18:50

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