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Giovanni Veronesi, invito ai giovani: «Ascoltate la radio e troverete lavoro»

Giovanni Veronesi e Massimo Cervelli di Non è un Paese per giovani

l cappellino beige da baseball calcato sulla fronte, la risata fragorosa, ma anche l’occhio serio serio, quasi triste. Giovanni Veronesi è fatto così. O forse lo è diventato. «Sono i 50 anni. Li ho compiuti e sono cambiato», ammette lo sceneggiatore-regista (Francesco Nuti, Leonardo Pieraccioni eccetera eccetera) e da quattro stagioni voce inconfondibile di Radiodue nella trasmissione "Non è un Paese per giovani". Al suo fianco, sempre, Max Cervelli. «Con lui siamo come Gianni e Pinotto, Stanlio e Olio», ride e cazzeggia mentre va in onda la pubblicità con Margherita Buy e Max Tortora. Avete fatto 600 puntate e avuto 1500 ospiti.

Quando ha cominciato si pensava che avesse parafrasato il film dei fratelli Coen "Non è un Paese per vecchi" 
«Chi se lo ricorda più quel film. Era già chiaro il lento esodo dei ragazzi: andavano via, vanno tutti via. Centomila sono andati fuori per seguire i propri sogni, per cercare lavoro. Quattro milioni vivono all’estero. Ma la denuncia e i racconti non bastano più, ora facciamo qualcosa di socialmente utile».

La trasmissione inizia sempre con un suo monologo e ora cosa vuole fare?
«Da gennaio avremo il mercoledì del collocamento, faremo incontrare in studio uno che offre e uno che cerca lavoro. Magari non si incontreranno nella stessa puntata, però si incontreranno. Cerco di entrare nella vita della gente. Un po’ come faceva Tortora a "Portobello", Dio che trasmissione. C’era "Dove sei" e ora c’è "Chi l’ha visto?", c’erano le invenzioni e ora i talent e poi chi offriva e chi cercava lavoro. Ecco voglio fare questo, anche in tv, perché no? Non esiste una trasmissione così».

Nei suoi monologhi parla tanto di sé. Suo padre, il dolore per il cane morto...
«Non vado dall’analista. Uno si mette lì e parla. E io che faccio? Uguale, tutto ciò che mi passa per la testa. Sì sono in lutto per il mio cane. È passato quasi un anno, ma non passa».

E poi lei spesso bacchetta. Viene in mente Bocca di Rosa: “La gente dà buoni consigli quando non può più dare il cattivo esempio”.
«Non sono moralista né un moralizzatore. Ma credo in una morale etica che mi porta a prendere posizioni radicali, se non ti schieri, sei un vigliacco»

E lei si schiera: per Asia Argento e Francesco Nuti.
«È un Paese non coeso. Pensavo che per il caso Weinstein, le donne si sarebbero sostenute e invece no. E poi il mondo del cinema che delusione, hanno paura».

Per questo ha lanciato la campagna #iostoconAsia? E che effetto ha avuto?
«Non si è fatto vivo nessuno».

E lei, da regista, ha mai molestato qualcuno? O è mai stato molestato?
«Ho molestato Francesco Nuti, gli telefonavo in continuazione perché volevo fare film con lui. Il mio monologo più bello l’ho fatto per lui. Parole d’amore. Lui è vivo, ma per tutti è come se fosse morto. Ho detto: andatelo a trovare. Nessuno mi ha ascoltato e chiamato per chiedere dove stava. No, uno sì Beppe Fiorello».

Ma l’ascolta chi segue la trasmissione in radio. Chi c’è dall’altra parte?
«Un pubblico che mi vuole bene. Dai 40 anni in su, conosco gruppi di ascolto di avvocati. I genitori dei giovani».

Vuole sempre fare il ministro dei giovani?
«Assolutamente sì»

Con qualsiasi governo?
«Basta che mi diano carta bianca per i ragazzi dai 14 ai 18 anni. Direi loro: “Basta, vi dovete divertire attraverso l’arte”. Io ho fatto lo scientifico ma poi ho scoperto l’arte e il cinema. Non era facile a Prato. Ma ce l’ho fatta».

Nuovi libri raccontano come sia difficile staccare i ragazzi dal telefonino e dai social.
«Io odio i social. Sono una tentazione a cui non so resistere, ci gioco, invento personaggi. Ma il problema siamo noi, non loro, siamo noi i rincoglioniti dietro i social. Loro vivono il presente. E sa? Il poeta del Terzo millennio comporrà attraverso Twitter e sarà arte bellissima». 


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Lunedì 30 Ottobre 2017 - Ultimo aggiornamento: 02-11-2017 19:22

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