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Pandemia, interviene Houellebecq: «Questo virus senza qualità accelera la distruzione delle relazioni umane»

Pandemia, interviene Houellebecq: «Questo virus senza qualità accelera la distruzione delle relazioni umane»

Nel quotidiano florilegio di opinioni (e di direttive) spesso contraddittorie tra loro, mancava l’intervento di un uomo fuori dal coro come Michel Houellebecq, che ha sempre fatto del distanziamento sociale, condito di pessimismo cosmico, uno stile di vita. Si erano già espressi Leïla Slimani, Riad Sattouf, e tanti altri, ma la sua voce mancava. «Non credo alle dichiarazioni del tipo “nulla sarà mai più come prima”», chiarisce subito lo scrittore de “Le particelle elementari”, in una lettera letta ai microfoni della radio France Inter.

Anche Frédéric Beigbeder, Catherine Millet e Emmanuel Carrère avevano detto la loro, da parigini in esilio nella campagna. Ma Houellebecq smonta subito la narrazione corrente, di un "mondo nuovo" in divenire. «Dire cose interessanti non è facile - ammette - perché questa epidemia è riuscita nell'impresa di essere al tempo stesso angosciante e noiosa. Un virus banale, accostato in modo poco brillante ad oscuri virus influenzali, dalle condizioni di resistenza poco note, dalle caratteristiche confuse, benigno e mortale al tempo stesso, neppure trasmissibile sessualmente: insomma, un virus senza qualità. Quest'epidemia avrebbe anche potuto fare qualche migliaio di morti al giorno nel mondo, ma avrebbe prodotto l'impressione di un non-avvenimento». 

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Houellebecq chiama in causa proprio l'amico Beigbeder, che non ha considerato un particolare, a suo avviso, molto importante: «Uno scrittore ha bisogno di camminare». Per lo scrittore francese, «provare a scrivere se non si ha la possibilità, durante la giornata, di abbandonarsi a diverse ore di marcia a un ritmo sostenuto, è da sconsigliare fortemente: la tensione nervosa accumulata non riesce a dissolversi, i pensieri e le immagini continuano a girare dolorosamente nella povera testa dell'autore, che diventa in breve irritabile, o impazzisce». 

 


«Questa quarantena - aggiunge Houellebecq - mi sembra l'occasione ideale per una vecchia querelle tra Flaubert e Nietzsche. Da qualche parte (non ricordo dove) Flaubert afferma che non si pensa e non si scrive bene altrimenti che in posizione seduta. Nietzsche (anche qui non ricordo in che occasione), protesta e lo prende in giro. Stava per occuparsi del nichilismo (succede in un'epoca in cui la parola era già utilizzata diffusamente): lui stesso ha concepito tutte le sue opere camminando, tutto ciò che non è stato pensato in marcia vale zero». Houellebecq dà ovviamente ragione a Nietzsche. 

Catherine Millet aveva detto che il suo romanzo "La possibilità di un'isola" aveva già previsto tutto. E lui la ringrazia, a modo suo, con ironia: «Mi sono detto che era una buona cosa, in fondo, di avere dei lettori. Perché non avevo affatto pensato a un paragone del genere... Quando ci ripenso, è esattamente quello che avevo in testa, per quanto riguarda l'estinzione dell'umanità». 

Lo scrittore si rivolge poi a Emmanuel Carrère, che si chiede se possano nascere dei libri interessanti, ispirati, in questo periodo. «Me lo sono domandato anche io. Mi sono posto veramente la questione, ma in fondo non credo che sia possibile. Ci sono tante opere sulla peste, che ha sempre interessato gli scrittori. Ma su questo periodo che stiamo vivendo, ne dubito». 

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Non è vero che cambierà tutto, che nulla sarà come prima: «Al contrario, tutto resterà esattamente uguale. Lo svolgimento di questa epidemia è chiaramente normale. L'Occidente non è in eterno, per diritto divino, la zona più ricca e più sviluppata del mondo; tutto questo è finito già da qualche tempo, non è uno scoop. Se si esamina nei particolari, la Francia se la cava un po’ meglio della Spagna e l'Italia, ma meno della Germania; anche qui, non ci sono grosse sorprese. Il coronavirus, al contrario, dovrebbe avere come principale risultato l'accelerazione di alcuni cambiamenti in corso. Da diversi anni, l'insieme delle evoluzioni tecnologiche, che siano minori o di primo piano, (telelavoro, social network, acquisti su Internet), hanno avuto come conseguenza principale (o obiettivo?) la diminuzione dei contatti materiali, e soprattutto umani. L'epidemia di coronavirus offre una magnifica ragion d'essere a questa pesante tendenza: una certa obsolescenza che sembra colpire le relazioni umane». 

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Quanto al senso del tragico, della morte, la fine della vita, rappresentano «una tendenza ormai da mezzo secolo, ben descritta da Philippe Ariès». Vale a dire, «dissimulare la morte, finché possibile; e bene, la morte non è mai stata così discreta come nelle ultime settimane», argomenta lo scrittore, evocando le sepolture in segreto, e le vittime che «sono riassumibili in unità numeriche, nelle statistiche quotidiane». Semmai emerge «l'importanza assunta dall'età dei malati. Fino a quando conviene rianimarli e curarli? 70, 75, 80 anni? Dipende, a quanto sembra, dalla regione del mondo in cui si vive; mai, in ogni caso, era stato espresso con tanta mancanza di pudore il fatto che la vita di tutti non ha lo stesso valore; che a partire da una certa età (70, 75, 80 anni?), è un po' come se si fosse già morti». 

«Queste tendenze - conclude Houellebecq - l'ho detto, esistevano già prima del coronavirus; si sono soltanto manifestate con una nuova evidenza. Non ci risveglieremo, dopo l'isolamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, ma un po’ peggiore» di quello precedente.


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Lunedì 4 Maggio 2020 - Ultimo aggiornamento: 05-05-2020 00:13

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