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Addio a Philip Roth, lo scrittore che raccontò il lato oscuro e le ossessioni dell'America

Philip Roth

«Tutto quello che ho per difendermi è l'alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile». Philip Roth, eterno candidato al Nobel (mai assegnato, come Borges) eppure vincitore dei massimi premi letterari in lingua inglese (dal Booker al Pulitzer), è morto dopo una breve malattia in un ospedale di Manhattan. Aveva 85 anni. Da qualche tempo, aveva smesso di scrivere; non ce la faceva più a entrare in quei personaggi ingombranti, tormentati, e - soprattutto - a mantenere la tensione fino alla fine. Non riusciva più a calarsi nella pelle di Nathan Zuckerman, il suo alter ego più noto, oppure del libidinoso Alexander Portnoy, il cui “lamento” è stato l’inno della ribellione sessuale; o di quel David Kapesh che si risveglia trasformato, alla maniera del Gregor Samsa di Kafka, ma (invece che in un immondo scarafaggio), si ritrova nelle forme di un enorme seno femminile di 70 chili.

Roth nacque a Newark, il 19 marzo del 1933; figlio di immigrati galiziani di origine ebraica, fu profondamente segnato dalle sue origini. Da tempo faceva la spola tra Manhattan, il palcoscenico dei suoi successi letterari, al suo buen retiro del Connecticut, dove riceveva gli amici di rado.

Raccontare la sua opera è come procedere all’inventario di un intero mondo. Era l’ultimo dei great white males, i grandi scrittori bianchi americani - con un gioco di parole che in inglese riporta alla mente Moby Dick - dopo Saul Bellow e John Updike. «Updike e Bellow - disse un volta l’autore di “Pastorale americana” hanno acceso le loro torce sul mondo, e rivelato il mondo così come è adesso. Io ho scavato un buco e acceso la mia per illuminare quell’oscurità».

Roth scrisse più libri di loro; e seppe raccontare in romanzi “realisti” e altri “distopici” il lato oscuro del Paese di Mark Twain ed Edgar Allan Poe.

L’ossessione anticomunista è raccontata ne “Il grande romanzo americano”; l’affinità inconfessabile con le ideologie naziste in “Il complotto contro l’America”; e forse quest’ultimo, più di ogni altro suo romanzo, ha la capacità di farci pensare, di suscitare l’arte del paradosso e dell’autocommiserazione. Roth immagina cosa sarebbe accaduto se l’aviatore (e antisemita) Charles Lindbergh si fosse presentato alle presidenziali, e avesse vinto le elezioni: avrebbe sicuramente nominato Henry Ford come ministro dell’Interno, e stretto un patto di non aggressione con Hitler e l’imperatore Hiroito.

Roth ha raccontato l’America, e un’intera generazione, forse meglio di chiunque altro; e la sua opera è stata “seminale”, ha ispirato altri artisti ebrei come lui (tra tutti, i fratelli Coen), ma anche personaggi apparentemente lontani dal suo modo di essere e di sentire. “A serious man”, della coppia di registi americani, pare uscito dalla sua penna; mentre Bruce Springsteen, che con lui condivideva un territorio del cuore, il New Jersey, disse della sua Trilogia americana che “era così potente, così piena di rivelazioni sull’amore e sul dolore”, che non c’era modo migliore di spendere un’esistenza, per uno scrittore.

A volte, Roth violava il confine tra realtà e finzione, così che era quasi impossibile distinguere tra l’una e l’altra. La sua seconda moglie, l’attrice inglese Claire Bloom, si sentì offesa e tradita quando lesse le bozze di “inganno” (1990), in cui rivelava infedeltà che la riguardavano direttamente, dietro i nomi fittizi dei protagonisti, Philip e Claire. “Pastorale americana”, attraverso la vita di un campione sportivo, lo “svedese”, ci racconta gli anni che precedono lo scandalo Watergate, e forniscono un ritratto della società Usa di quegli anni.

Spesso sono il pessimismo e la rassegnazione a farsi strada con prepotenza nei suoi romanzi. “L’umiliazione” racconta il declino di un attore al tramonto; e “La macchia umana” mette a nudo l'America del perbenismo, dell'ipocrisia, della violenza, della solitudine. «Noi lasciamo una macchia, lasciamo una traccia, lasciamo la nostra impronta. Impurità, crudeltà, abuso, errore, escremento, seme: non c'è altro mezzo per essere qui». Nessun altro scrittore ha saputo evitare, come lui, infingimenti, sotterfugi da classifica, per cedere sempre e soltanto ai tormenti dell'anima. Il vuoto che lascia è davvero incolmabile.


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Mercoledì 23 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 13:56

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