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Roma, tre artisti per la pace: la mostra al Centro culturale turco

Tre artisti per la pace: la mostra al Centro culturale turco di Roma

Il dialogo attraverso l'arte, per gettare ponti tra culture diverse e radicare la pace. In una fase storica di grandi cambiamenti e provocazioni, che rischiano di soffiare sul fuoco di vecchie e nuove e conflittualità, è il Centro culturale turco di Roma a lanciare il messaggio con una mostra dal titolo eloquente: "Le arti tradizionali turche islamiche dal punto di vista degli artisti stranieri". Fortemente voluta dalla direttrice del Centro, la brillante Sevim Aktas, l'iniziativa parte dalla proiezione di alcuni documentari realizzati da Mohamed Kenawi per Al Jazeera e dedicati ad artisti italiani che hanno legato la propria vita alla conoscenza della storia, della cultura e delle arti islamiche.

Si tratta di Bibi Trabucchi, Luigi Ballarin e Anna Shamira Minozzi, che nella splendida cornice di Palazzo Lancellotti esporranno le loro opere e si confronteranno direttamente con il pubblico (l'inaugurazione giovedì 7 dicembre, alle 18,30).
«Il nostro lavoro si ispira a un grande poeta turco, Yunus Emre - spiega la direttrice Aktas - che ha dedicato la vita a professare l'amore e la pace tra i popoli».

Ed è così che il Centro, inaugurato a Roma nel 2014 dall'allora Presidente Abdullah Gül, poggia le sue fondamenta sul multiculturalismo nel promuovere lo straordinario portato storico, linguistico e artistico della Turchia. La ricerca del bello e dell'essenza, della perfezione nella contaminazione degli stili, dell'anima profonda dei popoli tra colori, forme e sperimentazioni che attraggono e colpiscono: i tre artisti chiamati a raccolta lanciano la sfida e aprono la strada a un dialogo fatto di spunti culturali ed emozioni forti.

Bibi Trabucchi con le sue calligrafie eleganti e raffinate, frutto di una ricerca profonda e di anni e anni di studio, che hanno portato questa straordinaria artista romana a lavorare con alcuni tra i più grandi calligrafi del mondo e a esporre le sue opere da Parigi a Pechino, da Sharjah a Doha, dal Bangladesh, la Malesia e la Giordania fino all'Inner Mongolia e il Guandong. Dagli antichi stili arabi (come il Cufico) alle contaminazioni più estreme (come il Sini, che deriva dall'arabo ma finisce con il radicarsi nello Xinjiang, in Cina), fino alle sperimentazioni più moderne e trasgressive della street art, il suo tratto è denso e deciso, armonioso e graffiante, carico di significato e di storia ma sempre pronto ad aprirsi alle incognite del nuovo.

Luigi Ballarin c'è con i suoi meravigliosi giochi di colore, sempre alla ricerca dell'essenza nascosta delle cose e delle persone, per scoprirne la bellezza ed esaltarla nell'arte. Nulla a che fare con gli orientalisti classici, nulla a che fare con il folclore esotico. Sono il deserto, i suoi silenzi, le ombre e gli odori di paesi incantati a rapire l'immaginazione di Ballarin, che anche nei ritratti arriva a un'immedesimazione al di fuori del tempo sulle tracce dell'Islam, entità immutabile e assoluta per definizione. Dagli Stati Uniti a Istanbul, le sue mostre assemblano ricordi e sensazioni, respingono ogni forma di pregiudizio e invitano l'osservatore a una piacevole danza dell'anima.

Anna Shamira Minozzi porta l'entusiasmo dell'ideale, sempre volto a far dialogare Oriente e Occidente. Numerosi i riconoscimenti pubblici e istituzionali alla sua arte, ispirata alla calligrafia islamica e portatrice di forme e composizioni inedite e innovative. Veneziana come Ballarin, ha esposto da Londra a Pechino e nel 2015 ha realizzato il calendario cristiano-islamico, in collaborazione con l'Ambasciata Saudita. Tre storie diverse, tre percorsi personali e culturali che si incrociano rimettendo all'arte l'ultima e, forse, più importante parola: speranza. Per tutti.


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Mercoledì 6 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 20:16

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