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Tortora, a 30 anni dalla morte la sua storia in un libro di Luca Steffenoni

Tortora, a 30 anni dalla morte la sua storia in un libro di Luca Steffenoni

Il 18 maggio 1988 a 59 anni muore Enzo Tortora, conduttore televisivo, autore e giornalista, per un tumore ai polmoni. Accusato nel 1983 di far parte della Nuova Camorra Organizzata e di essere un corriere della droga, ci vorranno quattro anni per dimostrare la sua innocenza, tra i quali 7 mesi di carcere. A trenta anni dalla morte Luca Steffenoni ripercorre quel dramma in un libro in uscita in questi giorni intitolato Il caso Tortora (Chiarelettere, Milano 2018, euro 14). Anticipiamo una parte del prologo.



Se Enzo Tortora quel 18 maggio di trent’anni fa non ci avesse lasciati, consumato dalla sofferenza civile prima che da un tumore, oggi sarebbe in procinto di compiere novant’anni. Fantasticando su ciò che non è stato, lo si può immaginare con la mente rimasta brillante, circondato dall’affetto della sua compagna, delle figlie, dei generi e di uno stuolo di nipoti.

Difficile, con il suo carattere battagliero, pensarlo a riposo in riva a un lago o in pensione sulle panchine dei giardinetti pubblici. Più facile figurarselo a pigiare tasti su una tastiera, a scrivere di se stesso e del mondo, a riflettere e polemizzare come faceva un tempo.

Con molta probabilità patirebbe il politicamente corretto dei nostri giorni mediocri e spenti, ma lo stempererebbe con un ritrovato gusto per la battuta salace e pungente, ottimo antidoto contro il conformismo e l’ipocrisia dilaganti.

Di detrattori ne avrebbe ancora molti, forse più giovani e ignoranti di quelli di un tempo. Qualcuno di loro, dalle colonne di una rivista o da un talk show pomeridiano, gli darebbe, nemmeno tanto velatamente, del vecchio trombone, accusandolo di fare un uso strumentale della sua antica vicenda giudiziaria. Critiche delle quali, credo proprio, se ne infischierebbe.

Con l’età avrebbe smesso di andare in video, per concedere solo qualche rara intervista ai pochi amici rimasti negli studi televisivi. Sarebbe tuttavia considerato una sorta di padre nobile da molti addetti ai lavori, celebrato come ideatore di tanti format ancora attuali, genio della lampada in grado di comprendere e ammansire quell’insaziabile mostro che è il pubblico.

Avrebbe smesso di occuparsi di politica e di giustizia, continuando però a lanciare grida, del tutto inascoltate, sulla drammatica situazione dei tribunali e delle carceri. Qualche senatore un po’ in là con gli anni lo avrebbe indicato come possibile presidente della Repubblica, fiaccola e santino del garantismo, sberleffo istituzionale, destinato a non superare mai il primo turno di votazioni. Leggerebbe molto, inseguendo la sua principale passione, e forse, tornando ancora una volta sulle pagine de Il processo di Kafka, gli si inumidirebbero gli occhi e proverebbe un fremito di rabbia.

Sono passati tre decenni anche per noi spettatori di quel dramma che fu il caso Tortora. Tre decenni che ci hanno permesso di capire molte cose che allora non riuscivamo a mettere a fuoco.

All’epoca del suo arresto avevo vent’anni e di meglio da fare che chiudermi in casa a guardare Portobello.

Di Tortora sapevo molto poco. Che aveva condotto La Domenica Sportiva, che era un conservatore, un liberale o qualcosa del genere, che si presentava come un personaggio un po’ snob in trasmissioni che di snob non avevano nulla. Tutto qui, ciò che mi era giunto distrattamente all’orecchio.

Quell’uomo, camorrista o meno che fosse, mi appariva un alieno per età, interessi, modo di esprimersi, perfino per l’abbigliamento un po’ ingessato e per la gestualità misurata.

Ripensandoci, in quei giorni, qualche piccolo schizzo della macchina del fango approntata dalla stampa in suo onore aveva condizionato anche me. Il fiotto melmoso era arrivato a destinazione senza che nemmeno me ne accorgessi, sottilmente, viaggiando con le falsità scritte dai giornali, spinto dal vento dei pettegolezzi, trasportato dalle chiacchiere captate in metropolitana.

Per farla breve, dell’innocenza di Tortora mi importava poco e l’idea di una sua eventuale colpevolezza si nutriva più che altro dell’alone di antipatia che lo circondava. (...)

Da tempo le tessere del puzzle sono sul tavolo. Basta riprenderle in mano per raccontare una storia che a trent’anni di distanza non ha perso vigore.

La storia di un agnello sacrificale, prima che della vittima di una persecuzione giudiziaria.

Un legal thriller incredibile e terribile, che si può ricostruire solo uscendo dalle mura di Castel Capuano, allora sede della Procura penale napoletana, per infilarsi nell’inferno delle carceri, avventurandosi tra assassini, camorristi, agenti dei servizi segreti, mitomani e psicopatici. Un viaggio che prevede una sosta negli studi di un monopolio Rai in procinto di cambiare pelle e nelle redazioni di giornali che di cambiare, in quel primo scorcio degli anni Ottanta, non avevano alcuna intenzione. E, infine, un salto nelle caserme partenopee e un trillo di campanello alla porta dei palazzi del potere.

 


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Mercoledì 16 Maggio 2018 - Ultimo aggiornamento: 17:35

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