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André Aciman, "Chiamami col tuo nome" e quel ritorno alla bacheca del Messaggero, 50 anni dopo

André Aciman torna davanti alla bacheca del Messaggero 50 anni dopo essere arrivato per la prima volta a Roma, quando leggeva abitualmente così il giornale

André Aciman è l’autore di Chiamami col tuo nome, il romanzo da cui è stato tratto il film di Luca Guadagnino, che ha fruttato l’Oscar per la sceneggiatura a James Ivory. Nato nel 1951 ad Alessandria d’Egitto, da una famiglia ebraico-sefardita, costretta alla fuga dall’ascesa di Nasser, è diventato apolide prima per necessità e poi per vocazione. «A Roma - ricorda in un ottimo italiano - leggevo Il Messaggero, quando la mia famiglia attendeva di poter raggiungere mio padre a Parigi». Aciman oggi insegna letteratura comparata alla City University di New York. Domani sarà nella Capitale, dove parteciperà, assieme a Paolo Giordano e Laura Morante, al prossimo appuntamento del Festival Letterature, nella Basilica di Massenzio.
 




L’Oscar è andato a Ivory, ma deve sentirlo un po’ anche suo.

«Sì certo, perché le parti migliori sono state prese dal romanzo e inserite nella sceneggiatura».

Come ha trovato la trasposizione cinematografica? Rispetto al suo testo, ci sono differenze.

«L’adattamento mi sembra piuttosto fedele; certo, alcune cose sono cambiate: la fine del film e quella del romanzo sono completamente diverse. Però l’impatto emozionale è lo stesso. La gente si commuove leggendo le ultime pagine del libro, così come piange alla fine del film. Non ho avuto alcun rimpianto, e sono pochi gli scrittori che lo dicono».

Anche se lei non è stato coinvolto nella sceneggiatura.

«Gli scrittori si lagnano sempre. Pensi a quanto fu critico Bassani rispetto al lavoro che aveva fatto De Sica...»

Eppure “Il giardino dei Finzi-Contini” era un bellissimo film.

«Forse migliore dello stesso romanzo».

Come spiega l’Oscar? C’è più sensibilità per questi temi oggi?

«C’è stato un cambiamento importante rispetto a dieci anni fa: il romanzo, quando uscì, ebbe un impatto relativo; I segreti di Brokeback Mountain è stato il primo film ad andare più a fondo. Quattro nomination non capitano tutti i giorni. Alla fine hanno preferito dare l’Oscar per la migliore interpretazione maschile a Gary Oldman invece che a Timothée Chalamet, forse perché era così giovane, ma che aveva dato una prova molto migliore».

Lei è eterosessuale, ha moglie e figli, eppure racconta molto bene l’amore gay. Ha successo perché parla di amore nella sua accezione universale?

«Ciò che permette l’emozione è sempre questo sentimento che noi chiamiamo amore. Dall’altra parte, bisogna ammettere che si tratta di una storia gay, non si può negarlo».

Lei ha mai avuto turbamenti di questo tipo, da ragazzo?

«Sì, certo che li ho avuti. Ma di solito le persone che apprezzano di più Chiamami col tuo nome sono i giovani, soprattutto le ragazze di 14-15 o 16 anni, che vanno a rivedere il film o rileggono il romanzo molte volte. Un pubblico che non ha niente a che fare con i gay».

Anche nell’ultimo suo libro, Variazioni su un tema originale, si torna ad un primo, divorante turbamento dei sensi; così come in Notti bianche al centro c’è un amore nascente. È questo il suo interesse principale come narratore?

«Sì, certo, specialmente gli amori che non durano o che non si concretizzano. Il momento migliore di qualsiasi rapporto è prima che inizi, quando ci si rende conto di essere attratti da un’altra persona. È quel momento che voglio far durare di più».

Il suo prossimo libro di cosa parlerà?

«Sarà un romanzo diviso in tre parti. Una trilogia in un volume unico. Una persona ultra cinquantenne si innamora prima di una ragazza, poi di un giovanotto e poi di uno che non sa decidere se è innamorato di un giovanotto o di una ragazza».

Un suo personaggio dice che un ebreo deve perdere tutto almeno due volte nella vita. Lei quante volte ha perduto tutto?

«Mio padre è nato in Turchia, poi è arrivato in Egitto, dove a un certo punto è stato cacciato, si è rifugiato a Parigi. E poi da lì ha deciso di emigrare negli Stati Uniti. Gli ebrei sono nomadi da sempre, e si può perdere tutto una volta, ma perdere tutto due volte è un po’ ridicolo, come diceva Oscar Wilde».

Quando è arrivato in Italia la prima volta?

«Sono arrivato in nave, avrò avuto quattordici anni, sono sbarcato a Napoli e sono andato in questo campo profughi, poi con mia madre e mio fratello siamo partiti, mio zio ci aveva affittato un appartamento».

Lei quindi vivrà l’attuale crisi dell’immigrazione in modo particolare.

«Se non siamo bene accolti la vita diventa una vera tragedia. Anche il viaggio per mare è un pericolo minore rispetto a quello che si subisce una volta arrivati; ci si può sentire perduti, anche per tutta una vita».

Lei ama molto l’Italia?

«Sì, forse perché non ci ho vissuto. La amo molto, ma sempre da lontano. A volte ci innamoriamo grazie a un mediatore, che per me è stato Il Gattopardo di Luchino Visconti. Quando ho visto il film a Parigi, cinquant’anni fa, ho provato nostalgia per l’Italia. Una sensazione che mi è rimasta da allora. Vado in cerca del mondo di Tomasi di Lampedusa, anche se so benissimo che non esiste».

Forse perché le ricorda quel mondo di Alessandria che non esiste più?

«Esatto, è come se i due miti si siano sovrapposti. È come quando ho ricostruito in una villa di Bordighera, la villa di Elio in Chiamami col tuo nome: in fondo era la nostra casa di Alessandria».

Legge solo i classici?

«Sempre».

E quali?

«Dostoevskij, Italo Svevo, ma anche Ovidio, Gogol e naturalmente i francesi come Flaubert e Rousseau, il romanzo psicologico».

I contemporanei non li legge?

«No, non li posso neanche vedere».


© RIPRODUZIONE RISERVATA

Martedì 26 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 19:04

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