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Il fenomeno Elena Ferrante visto dai critici

Il fenomeno Elena Ferrante visto dai critici

Elena Ferrante ha accettato la candidatura allo Strega 2015 in una lettera al quotidiano La repubblica in cui, tra le altre cose, afferma che se non dovesse entrare in cinquina il premio andrebbe buttato per aria.



Ma le cose stanno davvero così? Siccome il successo commerciale non è un buon criterio di valutazione e il pubblico ha umori mutevoli e fortemente condizionabili (e comunque contrastanti), restava solo un’istanza cui appellarsi: la critica. Io credo nei critici, e penso che in una Repubblica delle Lettere ideale dovrebbero essere ancora ascoltati, perché gli editori influenzano già troppo la vita culturale (e anche lo Strega, su questo Ferrante ha ragione da vendere). Perciò ecco alcuni pareri eccellenti su Elena Ferrante: non su quel che ruota attorno al suo fenomeno, ma soltanto circa la sua qualità letteraria.



Francesco Longo: Ferrante è una narratrice potente, ma non una scrittrice. La sua lingua è una cascata di aggettivi scontati e accostamenti prevedibilissimi: l’Ironia è “bonaria” i giorni “volano” le questioni si “sviscerano”, gli sguardi si “lanciano”, le conversazioni sono “brillanti”. È tutto premasticato: “Bruciavo di desiderio, non vedevo l’ora di rivederlo”. E poi: “Eravamo pazzi d’amore, il tempo volò via”. Nulla spiazza. Tutto procede in modo epico, ma senza stile. E la letteratura, si sa, è solo questione di stile.



Filippo La Porta: i primi romanzi di Ferrante rivelavano un’idea forte di letteratura, persino una ricerca di verità. Inoltre Ferrante aveva il merito di essere una romanziera in un paese di prosatori d’arte, senza per questo rinunciare a uno stile personalissimo, direi barocco dietro un’apparenza misurata. In seguito lessi “La figlia oscura” e ne rimasi deluso perché mi sembrò che l’autrice, al pari della protagonista Leda, si sentisse sempre la migliore. Confesso che con il ciclo dell’Amica ho smesso di seguirla, forse perché un po’ respinto da questo narcisismo letterario che, tra l’altro, è andato di pari passo a un appiattimento della lingua.



Paolo Di Paolo: gli stessi sofisticati che liquidano – perfino con disprezzo – i romanzi di Franzen come "soap opera" o di Mazzantini come "mélo" trovano grandiosa la tetralogia dell'Amica geniale. Che in verità è un feuilleton stilisticamente molto esile, peraltro assai diverso dai romanzi iniziali di Ferrante, “L'amore molesto” su tutti.



Massimo Onofri: che libro è “L’amica geniale”, opus magnum in quattro volumi? Ho recensito il primo positivamente, parlando di una scrittura esatta e feroce, spoglia di retorica e infingimenti. Poi la saga è continuata: storia movimentata, personaggi intensi, una certa intelligenza della vita. Epperò mi sono annoiato, perché “L’amica geniale”, ottimo prodotto, è un libro epigonale, retrò: in nulla partecipe delle inquietudini stilistiche, strutturali, epistemologiche, della migliore narrativa di oggi.



Giovanni Tesio: ho recensito i primi libri di Elena Ferrante con molto favore, perché uscivano dal tracciato. Non m’è mai importato nulla e nulla m’importa della sua identità, anche se – proprio in ragione di questo mistero che mi stucca – ne sono diventato un lettore meno sollecito. Mi pare tuttavia di poter dire che – senza aderire al culto – con Elena Ferrante siamo su rispettabilissimi livelli di dignità narrativa.



E’ giusto che a tirare le somme siano i lettori. Tuttavia mi sembra di poter dire che non c’è un giudizio unanime, nel bene come nel male, sulla qualità letteraria de “L’amica geniale” (e della quadrilogia nel suo insieme). Insomma Ferrante sappia che la bontà della sua opera non è ancora un assioma, cioè una verità che non ha bisogno di essere dimostrata perché evidente di per sé.





Twitter: @LuRicci74

Giovedì 19 Marzo 2015 - Ultimo aggiornamento: 28-03-2015 15:58

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