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Bob Sinclar torna a Roma: «Tutti i dj sono sopravvalutati. Con l'Italia ho un legame speciale»

Bob Sinclar

Secondo piano di un hotel nel cuore di Roma, dietro largo della Fontanella Borghese. Bob Sinclar apre la porta della stanza con indosso una t-shirt estiva smanicata, sul tavolo hamburger e patatine. «Prego, sono appena atterrato», dice, a poche ore dall'esibizione nell'ambito del Wind Summer Music Festival, in piazza del Popolo. «Farò una sola canzone», avvisa, lui che ha fatto ballare mezzo mondo, per notti intere. E che, ogni sabato, è resident al Pacha di Ibiza, con uno show che lo vede salire sul palco con 18 artisti. E' un Sinclar di basso profilo, che sembra non sapere cosa significhi, per molti dj, il suo nome. «Io un'icona? Ma per piacere, Michael Jackson lo è stato», dice, quasi a volersi schernire. «Io sono solo un dj», spiega, prima di incontrare la "sua" Raffaella Carrà (e di cui ha firmato il remix di "Far l'amore"). E in quel “solo” c'è una consapevolezza che manca a tanti suoi colleghi, certamente meno famosi di lui, che è ormai sulla cresta da venti anni.

Quando la definisco un'icona, mi riferisco a molti dj che la considerano un punto di riferimento.
«No, dai, sei pazzo! Non lo sono. Oggi mi sento di essere nella stessa condizione mentale di quando, da piccolo, ho iniziato a suonare e mia madre bussava alla mia porta per lamentarsi del rumore. Ho lavorato molto per portare all'attenzione di tutti la musica elettronica: quando ho iniziato a suonare era una cosa di nicchia, non c'era nulla e certamente nessuno si aspettava di poterci guadagnare dei soldi. Ci consideravano dei cattivi ragazzi della notte, che si drogavano. Certo, non era il caso mio: stavo già lottando per fare la mia musica, per far crescere la musica undeground: sapevo di essere dalla parte giusta».
 



Se un ragazzo o una ragazza di 16 o 17 anni venissero da lei e le chiedessero un consiglio su come diventare dj, lei cosa risponderebbe?
«L'ultimo che si è presentato da me con una domanda del genere aveva 12 anni. Sempre più genitori vengono da me, con i figli, e mi dicono che vorrebbero diventare dj. E' una cosa davvero nuova: tanto tempo fa, quando ho iniziato a suonare, è stato difficile dirlo la prima volta a mia madre, anche se lei alla fine mi ha sostenuto. Fino a 10 anni fa, i dj avevano una pessima reputazione. Oggi sono contento di sapere che tanti vogliono fare i dj e hanno già dei riferimenti precisi: non solo me ma anche David Guetta, tanto per fare un esempio. Ma per rispondere alla tua domanda, citerei il film Ratatouille: tutti sanno cucinare, ma non tutti diventano grandi chef: allo stesso modo tutti possono diventare dj, tecnicamente non è complicato, ma non tutti avranno successo».

C'è qualcosa che un dj non dovrebbe mai fare?
«Sì, non deve mai seguire gli altri. Un dj è un performer, che fa sentire la sua musica. Se produce dei brani che seguono una moda, ha perso: sarà un eterno secondo. Devi sempre essere diverso dagli altri. E spero sempre che quando la gente ascolta una mia canzone, sia portata a dire “ma questo è lo stile di Bob Sinclar”».

Chi è, a livello internazionale, un dj sopravvalutato? 
«Tutti. Hanno tutti troppa visibilità, se si considera quello che fanno. Dopo tutto non facciamo altro che suonare musica. E' chiaro, alcuni hanno talento, producono brani straordinari: ma quello che fanno loro rispetto, ad esempio, a ciò che fa un cantante, è niente. Una cosa è la musica che arriva nel mio studio, un'altra è esibirsi».

  C'è un dj con cui vorrebbe suonare?
«Fianco a fianco? Amo molto il mondo della Chicago house e, in particolar modo, Paul Johnson, quello della canzone “Get get down”. Ora si muove su una sedia a rotelle. Il suo stile è straordinario. Suonerei con lui al Pacha di Ibiza: il djset sarebbe straordinario».

Ha citato il Pacha di Ibiza. Lei ha suonato in tutti le discoteche del mondo. Ce n'è uno dove si sente più a casa sua...oltre alla sua Parigi?
«Veramente a Parigi non c'è nessuna discoteca dove mi senta a casa. La scena parigina è molto underground. Se sei famoso, lo sei nella scena underground. Ma quando diventi popolare a Parigi sei finito. E a Parigi sono quasi finito. Anche se un giorno potrei tornare. La mia casa è certamente al Pacha di Ibiza, dove sono resident da 4 anni con lo show “Paris by night”, ogni sabato. Sul palco con me ci sono 18 artisti, che recitano e fingono di essere uomini o donne. E' uno spettacolo molto bello: non voglio che la gente guardi solo me».

C'è, invece, un posto dove si rifiuterebbe di suonare? Può anche solo dirmi la città, non la discoteca.
«Da qualche anno si è affermata questa moda nelle discoteche...io le chiamo discoteche con le docce di champagne...sono dei posti dove ci sono esclusivamente tavoli e privè. E' difficile per me accettare di suonare in queste discoteche, perché alla gente non importa della musica. Prenotano una mia data, perché vogliono avere il mio nome e vogliono fare più soldi (una cosa che capisco, perché alla fine anche io faccio più soldi): ma adesso mi trovo ad un punto della carriera, in cui voglio tornare alle origini e suonare la musica che voglio. Una cosa che non riesco a fare in queste discoteche, dove devo suonare solo i grandi successi e la musica più commerciale. Sento che sta tornando la musica che suonavo tra il 1995 e il 2002/2003: e voglio essere tra i primi a riproporre quel genere. E non mi importa se dovrò suonare in discoteche più piccole: sono pronto a farlo».

Sembra avere un rapporto speciale con l'Italia. Gli italiani la amano.
«E' uno scambio reciproco di amore. In tutto il mondo, gli italiani hanno una ottima reputazione per la moda, l'architettura, il cibo, le auto, le donne, perché negli anni Sessanta la Dolce vita era famosa. La mia musica è molto melodica e l'Italia è stato uno dei primi Paesi dove la musica house si è affermata, negli anni Novanta. Amano il mio genere di musica, molto armonica. Forse gli italiani mi amano perché sembro un calciatore. Non so bene spiegare il perché, ma tra me e gli italiani c'è un legame, un'alchimia speciale».

Bob Sinclar tra 10 anni: dove si vede?
«Oddio. Perché dobbiamo invecchiare? Il fatto di invecchiare è difficile da accettare per me. Ma ogni giorno sono a contatto con dei giovanissimi. Non so neanche quanti anni abbia realmente. Sul mio passaporto ne ho 49. Ma nella mia testa ne ho 30, 32. Sento di trovarmi negli stessi anni in cui ho iniziato a fare musica. Non so. Non c'è un esempio di dj che è andato in pensione. Penso a Carl Cox, che è famosissimo ora che ne ha 56. Anche David Morales è sempre al suo posto a 55 anni. I più famosi hanno tra i 40 e 55 anni».

Quindi si immagina ancora in consolle?
«Sì, fino a quando starò in forma e sarò in grado di girare il mondo: viaggiare molto è faticoso e dormi poco. Ma fare musica è il mio lavoro: ogni giorno. Ne ho bisogno per sopravvivere: condividere la musica e le emozioni con le persone è l'essenza della mia vita».


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Martedì 26 Giugno 2018 - Ultimo aggiornamento: 15:07

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