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Carnegie Hall di New York: le musiche di Aldo Finzi, compositore ebreo italiano morto per le leggi razziali

Carnegie Hall a New York


«Papà, questa volta ci deportano». Maria Grazia ha solo 9 anni ed è nascosta con la famiglia in una pensione di Torino per coppie clandestine, per scampare ai rastrellamenti dei nazisti. È il 4 febbraio del 1945, quarantottesimo compleanno di suo padre Aldo Finzi, che in quel momento ha un attacco cardiaco. Morirà dopo tre giorni. Aldo Finzi è stato un compositore italiano, pubblicato da Ricordi, diplomato da privatista all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia a Roma, ma ebreo e quindi perseguitato. Dopo decenni di oblio, finalmente le sue opere - circa una
trentina in tutto - hanno ripreso vita ed eseguite  alla Carnegie Hall, tempio mondiale della musica classica.

L’Orchestra Garden State Philarmonic, diretta dal maestro Alessandro Calcagnile, ha eseguito alcune delle musiche che Aldo Finzi ha composto dagli anni Venti fino alla morte, partendo dall’Overture di “Shylock”, dramma
incompiuto del 1942 - libretto di Arturo Rossato -, sulla persecuzione degli ebrei. «Mio padre durante la guerra ha continuato a comporre, senza pianoforte e con poca carta pentagrammata. Di “Shylock” scrisse anche il
testo ritmico di altri due atti, ma non fece in tempo a musicarli», dice Bruno Finzi, figlio novantaduenne di Aldo, sopravvissuto alle persecuzioni. «Nel 1944 ero nascosto nell’ambulatorio di mia nonna, ostetrica, quando
arrivarono le brigate nere per cercare mio padre. L’infermiera disse che non c’era, ma per evitare che perquisissero l’appartamento lo chiamò al telefono. Mio papà, per non farmi catturare, si presentò spontaneamente. Con pochi
soldi, due tappeti pregiati e la fede nuziale di mia madre riuscì a corromperli e da lì ci nascondemmo nella pensione di Torino. Dopo quell’episodio compose il “Salmo per coro e orchestra”, un inno per ringraziare Dio che aveva salvato la vita del figlio adolescente», continua Bruno Finzi, che a dispetto dell’età ha una memoria di ferro e il rammarico di non essere potuto andare a New York.

Nel programma anche  “La serenata al vento”, lavoro con cui Finzi nel 1937 vinse il concorso del Teatro alla Scala per opere inedite - presieduto da Riccardo Pick Mangiagalli - da mettere in scena nella stagione successiva, ma mai eseguita per l’entrata in vigore delle leggi razziali del 1938. Da quel momento Finzi visse sotto falso nome, lavorò senza poter firmare nulla e solo dopo la fine della guerra, e un lungo processo, la moglie ebbe il permesso di seppellirlo con la sua vera identità nella tomba di famiglia.
«Alcune opere furono ritrovate negli anni Settanta tra le carte degli eredi di Giulio Confalonieri, famoso critico musicale, amico fraterno di mio nonno. Le pubblicammo postume», racconta il nipote Aldo, avvocato e responsabile
dell’Associazione che porta avanti la memoria del maestro. Insieme alla Garden State Philarmonic, alla Carnegie Hall si sono esibiti il violino solista Rapahel Negri, il soprano Ágnes Molnárn e Simonetta Heger al pianoforte:
«Simonetta è stata la prima a scoprire artisticamente le opere di mio nonno – continua Aldo -. Il concerto di New York non è un punto di arrivo, ma un inizio: nel 2018 le sue musiche verranno suonate anche in Ungheria e in
questi giorni altri importanti teatri americani ci stanno chiedendo nuove date. A supportarmi in quest’avventura c’è la Ace di Milano, che produce i concerti con noi e organizza anche tutti i pacchetti di viaggio (www.acemilano.com)».
Quella di Aldo Finzi è la storia di un talento stroncato dalla guerra e dalla follia delle leggi razziali, un artista che mantiene viva la sua musica nelle difficoltà peggiori, un uomo che muore di crepacuore al pensiero dei suoi figli
deportati nei campi di concentramento. Una storia da film si potrebbe dire, tant’è che la Ace ha contattato la Shoah Foundation di Los Angeles, creata da Steven Spielperg per mantenere viva la memoria dell’Olocausto.
«Alcuni critici hanno definito mio nonno il Richard Strauss italiano e il rammarico è proprio quello: chissà cosa avrebbe potuto scrivere se la storia non fosse stata così implacabile nei suoi confronti – continua il nipote Aldo -.

Il suo nome è molto più conosciuto all’estero che in Italia, ma la soddisfazione più grande è stata quella di ricevere la telefonata del tecnico del suono della Ricordi (oggi nel gruppo Sony Bmg, ndr.), che si era occupato
della registrazione di alcune sue opere: «“Avvocato, la musica di suo nonno è splendida”. Oltre ai critici, secondo me, di lui c’è da fidarsi».


 


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Martedì 19 Dicembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 23:21

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