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Danilo Rea, 40 anni di musica per “Il jazzista imperfetto”

Il musicista Danilo Rea

«Le cose fatte male mi riescono tutte bene» diceva uno a proposito dell’imperfezione. E se l’imperfezione diventasse invece un modo per fare bene, ma proprio bene, le cose che all’apparenza sembrano soltanto improvvisate? Ecco il segreto di una vita, di quarant’anni di lavoro in musica di uno dei più grandi jazzisti italiani e internazionali, Danilo Rea: «Improvvisare è come parlare. Apri quella valigia che porti sempre con te, una valigia piena di emozioni che si sovrappongono e che riaffiorano chissà da dove e ti guidano, una nota dopo l’altra. Allora il mondo si spalanca e capisci che non c’è una sola visione». Ecco chi è il pianista sull’Oceano delle meraviglie, quello delle “My Favourite Things” tanto per citare John Coltrane, che si racconta spassionatamente tra nostalgia, frenesia e migliaia di ricordi affastellati e nitidi in “Il jazzista imperfetto” (RaiEri ed. 237 pagine, 18 euro) nelle librerie da oggi; una sorta di lunga conversazione in giro per il mondo da New York a Tokyo, dalle cantine romane degli anni 70 ai luccicanti palchi frequentati dal jetset internazionale. 

Per chi ha vissuto gli stessi anni amando spudoratamente il jazz, il libro di Danilo Rea diventa allora un album di ricordi: gli anni Settanta dei dischi: «Come Millerecords e Goody Music, i primi concerti rock, le colorate librerie Feltrinelli, i negozi dell’usato dove sceglievamo come vestirci, i film visti nei cineclub o nelle Estati Romane ideate da Renato Nicolini».
 

 

Il suo mondo
Il mondo di Danilo Rea è la prima lezione di piano all’età di sei anni, la prima ragazza, Beatrice «che aveva una vespa blu con incise sul manubrio una B e una D. Mi piaceva pensare che stessero per Beatrice e Danilo, nonostante il cognome di lei inziasse con la lettera D…».

“Il jazzista imperfetto” è una scatola magica che appena la apri ci trovi dentro un piano verticale Hoffmann&Kuhne e se continui a rovistarci dentro, inizi ad abbandonarti a quelle citazioni, a quegli angoli di memoria, a quegli appunti dell’anima che narrano di incontri inenarrabili con Giganti e maestri di vita, compagni di notti trascorse a fare jazz, ma mai ombre; perché quei compagni di jazz bene o male Danilo Rea se li porta a spasso per tutta la vita, mano nella mano, concerto dopo concerto e dopo illuminazioni che lasciano a bocca aperta. Dalle stanze del Conservatorio di Frosinone e poi di Santa Cecilia agli studi di registrazione con Mina e Baglioni, Gino Paoli e Fiorella Mannoia e poi, ancora indietro, alle conoscenze profonde di Classica per tornare a profumare di jazz puro. Senza timore di sbagliare, o almeno provando a non farlo, perché «nel jazz l’errore è previsto. Prendi una nota per un’altra e dici “però, non è male”. Ti appoggi sull’errore, lo ripeti e lo trasformi in un segno distintivo in modo che il punto di debolezza diventi un punto di forza. Certo, devi avere velocità di pensiero…».

Le cantine
Erano gli anni di droga e Lsd «e il rischio di caderci dentro era costantemente in agguato» racconta Rea, perché quelli che “si facevano” erano considerati “Yeah” ma morivano spesso anche di overdose. Sono gli anni degli incontri di una vita, Roberto Gatto, Enzo Pietropaoli, il Folkstudio, il Music Inn, Harold Bradley e Francesco De Gregori ma su tutti Massimo Urbani, il grandissimo Urbani leggenda del sax italiano e internazionale. 

Entravi nelle cantine ammuffite del Music Inn dove il jazz sapeva di polvere umida e lì gustavi di nuovo le magie di chi ci aveva suonato, Charles Mingus e Ornette Coleman, Gato Barbieri e Bill Evans: «E ora toccava a noi» ricorda Danilo Rea. Il testimone passava di mano.

Nella lunga conversazione scritta insieme con Marco Videtta, “Il jazzista imperfetto” ti rimane dentro come un quadro fermo ma in continuo movimento, la stessa atmosfera di, non so, “I nottambuli” di Hopper. E il cuore rimane appeso alle conversazioni, agli incontri, agli aneddoti. Rea cita la rigidità di Lester Young: «E’ tornato a suonare a Woodville dove è nato, invitato da un amico musicista che si è messo a fare un po’ troppo il ganzo. Dopo avere suonato insieme, il tipo va da Lester e gli fa: “Ti ricordi l’ultima volta che abbiamo suonato insieme?” e Lester: “Sì. Oggi”». Erano gli anni del grande ritorno: Pepito Pignatelli, lo storico proprietario del Music Inn, chiedeva a Danilo e ai suo compagni se se la sentivano di suonare con…Lee Konitz, Chet Baker, Art Farmer, Johnny Griffin. 

Ecco, solo per citare, tra i tanti ricordi di cui è zeppo “Il jazzista improvvisato”, quello che riguarda proprio l’inarrivabile Chet: «Andai a prenderlo con la macchina di famiglia – racconta – che mio padre, sempre pronto ad aiutarmi, mi aveva prestato senza tante raccomandazioni. Dovevamo suonare ad Isernia…Chet era bello come James Dean e suonava la tromba come un dio del jazz. Cosa c’era di malato nel jazz degli anni Cinquanta, tanto da distruggere un’intera generazione di superlativi musicisti?...Chet aveva detto che l’eroina gli aveva dato il senso del tempo, dilatando il suo modo di suonare al punto da farlo diventare il suo stile inconfondibile».


Gli idoli
Qui da noi l’Rca sfornava ancora idoli: i New Perigeo, Cocciante, Rino Gaetano e Danilo accompagnava Pino Daniele («Tu sei l’unico musicista a nord di Napoli che ha suonato cone me» gli disse Pino) per arrivare, nell’’85, all’incontro con Mina: «Con Mina è diverso – continua a raccontare nel “Jazzista imperfetto” – Ti lascia la massima libertà. Il suo approccio è semplice: entra in sala e ci resta non più di due o tre ore. Propone un brano scelto al momento, in una sorta di estrazione del lotto: “Vi piace How deep is yor love?”…Mina si è sempre circondata di improvvisatori perché Mina è molto jazz…inventa gli arrangiamenti mentre canta, dando le direttive al volo: “Ora a solo di piano! Qui rullata di batteria!”…Ha la precisione di un batterista – scrive ancora Danilo Rea – e la freschezza della sua voce è sconcertante. Quando le parli al telefono sembra una ragazzina di tredici anni».

E se ti spingi ancora oltre nella lettura, ti accorgi che da grande musicista ma anche da gran signore del jazz e della vita, Danilo Rea ha saputo introiettare, ingoiare e masticare insegnamenti con la giusta umiltà che genera eccellenza. Ha imparato da Chet Baker: «Mi ha insegnato il silenzio in musica, il respiro, le note non dette, mai espresse, mai immaginate». Da Lee Konitz: «Mi ha spiegato che una frase musicale ha la possibilità di unire molte armonie, che può volare lontano, il più lontano possibile per poi dare il senso a ciò che inizialmente sembrava non ne avesse». Da Bobby Hutcherson: «Con le sue magie al vibrafono, mi ha mostrato tutto il feeling del jazz, come Johnny Griffin e come Art Farmer: con loro ho posato idealmente in quella foto scattata ad Harlem nel ’58, ho respirato e capito la loro cultura».

Un libro da sorseggiare come un whisky di ottima annata questo “Il jazzista imperfetto” di Danilo Rea che è, insieme,il riavvolgimento di un nastro quarantennale tra musica, teatro, cinema, luoghi della memoria, letteratura (nel libro si raccontano gli incontri a Massenzio con David Grossman, Amitav Gosh, Paul Auster…) e un ponte gettato verso le nuove generazioni di musicisti: «ll jazz dovrebbe rinnovarsi – ammonisce Danilo – trovare nuova linfa nei piccoli club dove, in un certo senso, è nato e cresciuto. E questo compito dovrebbe essere assunto dalle nuove leve di musicisti che però sembrano essersi chiusi nel loro mondo e hanno dimenticato la lezione del passato, quando a New Orleans i musicisti neri reinterpretavano la musica classica e l’opera lirica riscuotendo grande successi».

E mai tradire quella magica parola che è “improvvisazione”: «Io mi muovo tra un 30 per cento di melodia e un 70 per cento di improvvisazione. Anche per questo non studio mai troppo, non preparo un concerto con quella maniacale ricerca della perfezione che congelerebbe il mio istinto». E che il jazz sia con voi.

 


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Lunedì 30 Aprile 2018 - Ultimo aggiornamento: 07-05-2018 16:30

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