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«Clapton, il mito ha trovato l'anima»: il Dio della chitarra si racconta in un documentario

«Clapton, il mito ha trovato l'anima»: il Dio della chitarra si racconta in un documentario

Il Dio della chitarra («Clapton is god» è la scritta che apparve ai tempi mitici del rock sui muri di Londra), micidiale costruttore di note, il più nero dei bluesmen bianchi, inaccessibile e tormentato protagonista del rock, ha smesso di nascondersi. E si racconta senza filtri in documentario privo di cadute agiografiche. «Bellissimo, per me Jimi Hendrix è inarrivabile, ma questo film gli restituisce un'anima che, a leggere la sua autobiografia, sembrava non avere, anzi l'impressione che ne avevo tratto era che fosse un personaggio freddo, cinico, oscuro, altezzoso» dice Carlo Verdone, dopo aver visto Life in 12 bars (La vita in 12 battute) che sta per uscire in Italia nelle sale con un breve blitz di tre giorni, dal 26 al 28. E, da vecchio appassionato del buon rock conquistato dalle fragilità rivelate, ha voglia di parlarne, di confrontarsi.

Colpisce il coraggio di un uomo introverso come Clapton che, con la sua voce fuori campo e il corredo di molte immagini personali, racconta dolori privati, frustrazioni pubbliche, amori inutili o impossibili, la droga, l'alcol, la liberazione proprio grazie alla terribile morte di Conor, il bambino di cinque anni avuto da Lori Del Santo, volato da un grattacielo. «Il dramma che lo ha fatto maturare, dopo aver attraversato un deserto fatto di autodistruzione. Mi ha colpito molto, a un certo punto del film, quell'immagine insistita sul suo sguardo perso e il viso gonfio di alcol e droga», dice Carlo e insiste: «Il suo malessere veniva da lontano. Dal doppio rifiuto della madre, l'abbandono alla sua nascita e poi quando lo rincontra da adolescente. Un trauma all'origine della sua incapacità di fidarsi degli altri e della sua solitudine profonda». Già, una vita in compagnia dell'eroina e di montagne di brandy, di performance ebbre, fatte di insulti diretti al pubblico e ai suoi compagni di band. La solitudine accompagnata dell'impossibilità di amare, come racconta il lungo inseguimento a Pattie Boyd, la moglie del caro amico George Harrison (la donna a cui dedicò Layla). Ma, quando lei si presenta da lui, la accoglie in preda all'autolesionismo e fa di tutto per allontanarla.

«E' una persona anaffettiva – per Verdone -, senza un vero amico, viaggia, consuma rapporti e la vita: una parabola comune a tante star del rock, che ci hanno dato gran felicità, ci hanno sollevato dalla depressione, hanno fatto il bene di tanti giovani avviandoli verso la musica, ma dietro le cui storie c'era il disastro assoluto. Per essere una rockstar devi attraversare l'inferno». Fa impressione vedere come vanno in fumo le sue relazioni: quelle sentimentali non lasciano tracce (come l'idea di venire a vivere in Italia con Lory Del Santo, certo non il trauma della perdita di Conor) anche se, alla fine, riesce a costruire una famiglia vera. Altrettanto sul fronte musicale: dall'abbandono degli Yardbirds dopo il successo di For your love («che gli faceva schifo» sottolinea Carlo), a John Mayall («che diceva come Eric suonasse bene, ma fosse anche inaffidabile»). Anche con i Cream, uno dei vertici della sua carriera, ruppe senza rammarichi: «Non ne poteva più delle liti fra Ginger Baker e Jack Bruce», sintetizza Carlo. Nel film, Clapton sentenzia spietato: «La musica dei Cream era solo musica aggressiva, avrei fatto bene a restare con John Mayall».

Un filo robusto però c'è: è il rapporto con i bluesmen neri. B.B. King, che lo ha profondamente influenzato nel suo stile, apre e chiude Life in 12 bars. In mezzo Eric è pronto a dichiarare di essersi vergognato di se stesso quando, ubriaco, pronunciò in pubblico frasi razziste. E confessa: «Non mi sono suicidato solo perché non avrei potuto più bere». Insomma, dopo due ore e dieci resta, come dice Verdone, il ritratto di un uomo difficile e scontroso: «Scontroso, però, è rimasto anche dopo la resurrezione. Anni fa, quando venne a suonare con Pino Daniele a Cava dei Tirreni, chiesi di potergli stringere la mano. Mi risposero che non voleva nessuno a meno di cento metri di distanza. Inavvicinabile come Dylan, che non credo abbia mai dato un autografo». Anni fa Verdone fece un delizioso film, Maledetto il giorno che ti ho incontrata, su un giornalista che vuole scrivere un libro su Jimi Hendrix: «Non mi sarebbe mai venuto in mente di prendere Clapton come spunto, anche nel caso fosse morto. La mitologia di Hendrix, oltre che dal modo fantastico in cui suonava, nasce dal suo spirito folle, dai suoi capelli, dai suoi vestiti. Era un Basquiat della chitarra. Clapton, invece, è uno normalissimo, ha un gran suono, ma è un figurativo, non avrebbe mai potuto fare Are you experienced». Jimi era inarrivabile, non c'è dubbio. Ma dopo di lui chi c'è? «Per me Jimmy Page, per la voglia di sperimentare e Jeff Beck per l'energia. Poi, lui, Clapton». Tutti musicisti che appartengono a una stagione epica della musica: «Quella che racconta questo film, dove passano tutti Beatles, Stones, Hendrix. Un ventennio d'oro, oggi il rock non esiste più»: parola di Verdone.
 


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Sabato 17 Febbraio 2018 - Ultimo aggiornamento: 19-02-2018 19:47

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