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Selton, la band brasiliana torna con il suo "Manifesto tropicale"

Selton, la band brasiliana torna
con il suo "Manifesto tropicale"

Brasiliani, cosmopoliti, milanesi, i Selton tornano con "Manifesto Tropicale", album che fa della contaminazione culturale del quartetto una poetica oltre che un suono. Per il disco che segue di poco più di un anno il precedente "Loreto Paradiso" l'ispirazione viene dal "Manifesto Antropofago" di Oswald de Andrade, che nel 1928 teorizzò il "cannibalismo culturale" del Brasile: «Il Manifesto definiva il popolo brasiliano come abituato a ricevere stimoli e mescolarli per creare qualcosa di autenticamente brasiliano - spiega all'Ansa Ramiro Levy, chitarrista del quartetto originario di Porto Alegre - L'incontro di nazioni e culture è diventato parte forte della nostra identità musicale». In questo senso "Manifesto Tropicale" costituisce una maturazione: «Il manifesto è una presa di coscienza. Noi siamo nati stranieri anche in Brasile, con famiglie che provenivano dalla Germania, dal Portogallo o dall'Egitto, come nel mio caso: siamo cresciuti in un calderone e poi abbiamo viaggiato, prima a Barcellona, quindi a Milano. Qui il mix continua: basta scendere a piazzale Loreto per vedere cinesi, sudamericani, egiziani tutti insieme. Ma il mondo è sempre stato così, l'uomo si sposta per un motivo o per l'altro: con questo disco speriamo di parlare a tutti in un momento in cui pare mancare la coscienza storica».

A loro modo, gli stessi Selton mettono in mostra un processo di integrazione: «Non avevamo mai pubblicato tanti pezzi in italiano, ma paradossalmente è il nostro disco più brasiliano, in quanto antropofago di tanti stimoli». Ora nell'intreccio poliglotta della malinconica "Jael" ora nella sentimentale e arrabbiata "Cuoricinici" il gruppo gioca con le lingue e le parole: «Credo che il nostro essere stranieri ci permetta di guardare all'italiano in un modo tutto nostro. Ad esempio ci identifichiamo molto anche con il modo di Ghali di usare la lingua». Le suggestioni raccolte dalla band vanno da un verso del folksinger americano Devendra Banhart che ispira una delicata divagazione poetica in spagnolo ("Sampleando Devendra") alle allusioni a Bennato e Nannini di 'Un'estate italianà in "Luna in Riviera" o perfino Rihanna nell'incalzante e colorata "Tupi Or Not Tupi", brano che citando de Andrade suona come un perno concettuale. Nel loro fluire di registri, dalla trasognata "Terraferma" alla leggera "Lunedì", le dieci tracce prodotte da Tommaso Colliva (Afterhours, Muse) guardano a cantautorato, pop ed elettronica, ma il modello dichiarato più presente è quello di Caetano Veloso: «Per noi lui è un maestro, con la Tropicalia ha affermato in musica il senso del manifesto antropofago incorporando il rock negli stessi anni in cui la bossa nova puntava solo sulla tradizione proibendo le chitarre elettriche».


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Sabato 9 Settembre 2017 - Ultimo aggiornamento: 11-09-2017 12:31

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