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Whistle Down the Wind, il ritorno di Joan Baez: il prossimo e ultimo tour passerà da Roma

Joan Baez

Joan Baez, leggendaria folksinger newyorkese che ha compiuto 77 anni il 9 gennaio, è andata a braccetto con Bob Dylan e tante altre star della rockstory (tra loro c’è anche il nostro Gianni Morandi, del quale cantò C’era un ragazzo che come me…), ha annunciato più volte il suo ritiro dalle scene (un po’ come i Pooh, la Divina ci perdoni per il confronto) e il suo nuovo e a sentire lei ultimo tour internazionale arriverà a Roma il 6 agosto, alle Terme di Caracalla, per andare poi a Udine, Verona e Bra.



Ma fino a quel momento vi può tenere compagnia il suo ultimo e appena uscito album Whistle Down the Wind (fischiare nel vento), una sorta di nuova puntata del vecchio, indimenticabile, storico Blowin’ in the Wind. E qui arrivano le prime lacrime, specie per noi che l’abbiamo ascoltata tante volte, sia in Italia che all’estero. Fu indimenticabile il concerto che diede quasi mezzo secolo fa al Festival dell’isola di Wight, dove avemmo la fortuna di godercela all’una di notte, voce e chitarra, mentre interpretava le sue canzoni davanti a qualcosa come mezzo milione di spettatori. Tra l’altro quel lontano appuntamento ci suscita un ricordo prezioso: quella magica notte Baez salì sul palco tardi, dopo una splendida e lunga performance di Jimi Hendrix, che sarebbe morto a Londra meno di venti giorni dopo e che in quell’occasione offrì un live di altissimo livello, con la sua chitarra che faceva scintille in ogni senso.

Bene, il disco ospita dieci brani, che Baez ha scelto perché si tratta di pezzi che le sono piaciuti, che ha amato, che sono in sintonia con il suo modo di fare musica e con i suoi gusti sia musicali che poetici, sociali e politici. E già bastano i titoli e gli autori a far capire il suo indirizzo. Il primo, firmato da Tom Waits e inciso nel 1992 nell’album Bone Machine, è Whistle Down the Wind, appunto quello che dà il titolo all’intero album. Poi tocca a Be of Good Heart (del cantautore americano Josh Ritter, 40 anni, nato a Moscow, cittadina dell’Idaho, che canta le sue speranze nel futuro), Another World (di Anohni, transgender, 47 anni, all'anagrafe Antony Hegarty, inglese trasferito a San Francisco e poi a New York, voce della band Antony and the Johnsons), Civil War (di Joe Henry, cantautore della North Carolina), The Things That We Are Made Of (della country singer statunitense Mary Chapin Carpenter), The President Sang Amazing Grace (della cantautrice Zoe Mulford, più avanti ne parleremo), Last Leaf (di Tom Waits e Kathleen Brennan, del 2011), Silver Blade (altro brano di Josh Ritter), The Great Correction (di Eliza Gilkyson, canzone su chi lotta per una società degna di questo nome e per proteggere il nostro pianeta) e I Wish the Wars Were All Over (“desidero che tutte le guerre finiscano”, di Tim Eriksen, musicologo, autore e vocalist del Massachussets famoso per le sue tante ricerche sul folk americano).

Passiamo a The President Sang Amazing Grace, che racconta di quando, dopo la strage del 1995 a Charleston, South Carolina (dove il ventunenne Dylann Storm Roof uccise in chiesa a colpi di pistola nove afroamericani, fra i quali il reverendo nonché senatore democratico Clementa Pinckney), il presidente Obama fu in prima linea al funerale di Pinckney e cantò con il coro della chiesa Amazing Grace, famoso inno cristiano scritto nel ‘700 dall’inglese John Newton. Fu uno dei tanti momenti in cui Obama, senza prevedere che poi sarebbe arrivato Donald Trump, continuò la sua battaglia contro le armi, e l’inglese Zoe Mulford scrisse una canzone che raccontava quella giornata. «E’ un piccolo brano che mi ha conquistato subito, sia per la storia che racconta, sia per il ricordo di uno straordinario momento – dice Baez. - Quando l’ho sentito per la prima volta alla radio ho dovuto fermare l’automobile perché avevo cominciato a piangere, e quando ho deciso di metterlo nel disco e ne ho cercato gli accordi sulla chitarra ho continuato a piangere. In sala d’incisione ho cercato in tuti i modi di non piangere, ho guardato i miei musicisti e ho detto: ragazzi, andiamo in chiesa. Sì, era esattamente il genere di canzone che avrei cantato e inciso ai tempi d'oro, mezzo secolo fa».

Ecco, sarebbe sufficiente questo breve racconto per capire che l’eterna ragazza Joan è ancora oggi una figura fondamentale di quella musica d’autore che voglia dire davvero qualcosa. Con lei suonano diversi musicisti, compreso il figlio Gabe Harris alle percussioni, ma l’abilità del producer Joe Henry ne ha fatto un album semplice, elegante, senza forzature, nel quale in primo pian c'è solo lei, e anche se la vocalità di Baez non è più quella di un tempo non ci si fa neanche caso, perché la sua presenza e il suo carisma vanno completamente al di là di questo e di ogni altri tipo di considerazioni. Ascoltate questo disco, è un bellissimo viaggio nel tempo non solo per chi ha vissuto quegli anni ma soprattutto per chi non li ha vissuti, quel pubblico giovane per il quale Baez è solo un pezzetto di storia. Come diceva il maestro Manzi, non è mai troppo tardi.


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Lunedì 12 Marzo 2018 - Ultimo aggiornamento: 13-03-2018 00:05

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